Il Metodo C C M T
1 – In treno
L’Intercity viaggia nella campagna lombarda, resto sempre ammirato dalle cascine che si vedono. Immagino scene dall’Albero degli zoccoli e in particolare quella del nonno che controlla, assieme al nipote, i primi pomodori della stagione, fatti crescere a ridosso del muro, protetti dal vento e dal freddo con della paglia e riscaldati dal muro intiepidito dai raggi solari.
Il mio cellulare è acceso e con discrezione rispondo a telefonate di lavoro, anche se tutti sanno che non sto viaggiando per lavoro.
– “Ciao Anna, avevi bisogno di me?” -“No, Paolo volevo solo salutarti. Silvano mi ha detto qualcosa, non credo tutto, volevo farti i miei auguri”. -“Sono sereno, Anna, vado tranquillo. Penso di aver trovato la strada giusta, penso che l’uomo a cui affido la mia vita, sia la persona giusta, sia un luminare. Sai, gli ho telefonato più volte e l’ho trovato in sala operatoria a Londra, a Madrid. Ha avuto in cura i gerarchi della Serbia. In Italia c’è solo lui che adotta questo metodo mentre, mi sono informato in America, là è una cosa normale! Mi sono preso da pazzo da più di qualche medico, per fortuna non dal mio, che anche se la vita è mia, anche lui sta rischiando con me, e lo sento vicino. Gli ho chiesto di fare una telefonata per capire cosa fosse questo nuovo metodo e anche se titubante, in quanto mi aveva già messo in lista ad Aviano o a Milano, dopo la telefonata mi chiama e mi dice, vai Paolo!!!” -” Ti sento sicuro, Paolo e questa è una buona cosa, ci stai mettendo del tuo, sicuramente. Ti accompagna qualcuno?”. -“No, Anna, non ho potuto e non ho voluto che nessuno mi accompagnasse, capisci bene, era impossibile, in ogni caso sarebbe stato impossibile. Meglio così, da solo dovrò pensare solo a me stesso, se fossi stato in compagnia, avrei dovuto preoccuparmi di qualcun altro, adesso devo concentrarmi su di me. Ti ringrazio di tutto, Anna, Ciao”
Il treno rallenta alla stazione Garibaldi, qui prenderò la coincidenza per Monza. Mi alzo e prendo la mia valigia. Il distinto signore che mi siede di fronte, mi guarda e con lo sguardo e il sorriso mi fa capire che non poteva non sentire quello che avevo detto: -” Le faccio tanti auguri e conservi questa serenità e positività”. Mi stringe la mano, sorrido in segno di gratitudine.
Sul treno diretto a Monza, non mi siedo nemmeno, sono chiaramente in apprensione per questa nuova incognita che la vita mi riserva. Me ne aveva riservata già una tre anni fa, forse non l’avevo calcolata come un avvertimento, come un campanello, non le avevo dato peso sul lato psicologico, sul lato dell’impostazione di vita, sul doveroso cambiamento di stile di vita. Forse non me ne sono ancora reso conto neanche adesso. Lavoro, famiglia, i problemi del lavoro e i problemi della famiglia. Prima quelli del lavoro che assopiscono quelli della famiglia, ma quando quelli della famiglia esplodono, il lavoro diventa nebuloso, la mente non è più in grado di essere lucida, anche la voglia di fare viene meno.
In mezzo a questi pensieri arrivo al Policlinico di Monza, una clinica privata convenzionata. Subito vengo preso in consegna e mandato nei vari reparti per le visite preoperatorie: Raggi X, esami del sangue, visita dell’anestesista.
Sono in camera con un signore che viene dalla Calabria ed è stato appena operato alla vescica. Non credo si dormirà questa notte, non tanto per il mio compagno di stanza, ma per il fatto dell’agitazione e dell’aver cambiato letto, mi succede sempre così.
E’ il giorno dell’intervento, la sveglia, si fa per dire, è all’alba come in tutti gli ospedali. Si misura la febbre, la colazione la vedo col binocolo. La mattinata non passa mai, capisco che non sarò tra i primi. Non ho ancora visto il mio chirurgo, ma da come mi parlano le infermiere, capisco che sta già operando e che sta facendo un intervento di quelli che lo rendono unico. Lo rendono unico anche nel lato umano. Essendo le spese coperte da questo intervento molto più importante del mio, mi ha telefonato qualche giorno fa, di farmi fare pure la ricetta rossa dal mio medico curante e scusate se questo è poco, l’intervento non è più privato, con il suo costo non indifferente ma, pagherò solo il ticket! Franco Maria fa arrivare il suo furgone, con le sue attrezzature e con il suo tecnico, in qualsiasi parte tu lo possa desiderare, praticamente nella sala operatoria più vicina a casa tua. Io non ho potuto scegliere, mi sono recato a Monza, ma non credo proprio di potermi lamentare.
Verso l’una arriva la chiamata. Vengo portato giù verso la sala operatoria. Mi rincuora vedere il mio chirurgo. Il dialogo si svolge in dialetto, lui con il suo triestino, io col mio vicentino, del resto molto simili. Chissà perchè, fin dal primo momento, si è instaurato un linguaggio familiare, che ti mette a tuo agio e non ti fa aver paura.
L’anestesista prepara l’anestesia locale, e non sento più nulla. Capisco che stanno ravanando con qualche sonda ecografica e altro, nei miei luoghi innominabili. Mi spiegano in cosa consiste il tutto, una passata a meno 180 gradi della parte interessata, una passata calda a più 40 gradi, e un’altra passata a meno 180 gradi. Così il male viene sconfitto e non serve più nessun altro intervento radioterapico o chemioterapico.
Arriva un altro chirurgo, probabilmente reduce da qualche altro intervento e si mette a cantare a squarciagola una canzone, forse in segno di vittoria o di scarico della tensione per l’ intervento eseguito. Mi invita a cantare, non è fra le mie preferite ma, anche se la voglia non è tanta, meglio cantare, tutto ha un perchè.
Avverto un po’ di dolore e lo dico. L’anestesista, in dialetto lombardo, mi dice in parole povere, adesso ci penso io a te piccolino. Mi spara in vena una dose che mi fa volare fra gli angeli, pur rimanendo cosciente ma, non saprò mai che canzoni ho cantato e se stonavo! A intervento concluso, Franco Maria, mi dice di averci messo un po’ di più del previsto perchè è dovuto andare profondo ma, che tutto è andato bene! Mi saluta e mi dà appuntamento tra un mese a Trieste.
Non avevo calcolato la cosa più fastidiosa di tutto l’intervento: il catetere! Due settimane di massacro e di impedimento. E la notte passa tra bruciori proprio lì, finchè non passa un’infermiera per assistere il mio vicino di letto e le dico che è fastidioso e brucia. Detto, fatto! Sembrava la trasposizione cinematografica della copertina di Enema of the state dei Link 182! Guanti, pomata, una bella passata, dentro, fuori, in mezzo, ed era anche giovane e carina! Comunque il piacere che ho provato è stato per il sollievo della pomata, a parte un po’ anche per la mente sempre bacata!
Trascorro anche il giorno dopo in clinica, anche se nelle normali procedure dovrebbe essere il giorno delle dimissioni ma, visto che bene o male dovevo anche fare 200 km per tornare a casa, meglio un giorno in più per tranquillità.
E’ sabato e arriva mia sorella Nicoletta con Paolo a prendermi. Ho già la lettera di dimissioni con tutte le prescrizioni mediche del caso. Con fatica, cerco il posto più comodo in auto che sia un buon compromesso, tra il fastidio del catetere e quello delle ravanate. Partiamo. Quando stiamo arrivando praticamente a casa, ci arriva una telefonata dall’Ospedale: “E’ vostra questa valigia che è rimasta sulla panchina fuori all’entrata?” – “La valigia, ma non l’avevi presa tu?” -” Ma io pensavo l’avessi presa tu” -“Stavamo per chiamare gli artificieri e l’antiterrorismo, sa di questi tempi!” Per fortuna Liana, amica di Nico di Vigodarzere, abitava lì vicino, e l’abbiamo incaricata a prelevare la valigia e rimandarmela. Che razza di figura, anche a Monza abbiamo lasciato il segno!
2 – Scuola del Villaggio
Sono a casa, nel mio letto finalmente! Non trovo un ambiente sereno, purtroppo! La sua malattia forse è peggiore della mia e nessuna criochirurgia può intervenire. Si sta consumando nella sua volontà di vendetta autodistruttiva, non posso far nulla ma, anche se al gruppo continuano a farmi ripetere che sono impotente verso la sua malattia, probabilmente faccio solo finta di capirlo. Le liti si susseguono da più anni, preceduti da anni senza una parola fuori posto, di massimo rispetto e amore. Coppia modello naufragata, famiglia in disgregazione. Inutile ricerca interiore di colpe, di torti fatti. Devo trovare la forza dell’abbandono, della distanza, del pensare al mio star bene fisico e mentale e solo così potrò aiutare anche lei. Tutte queste liti sono permeate d’amore, sicuramente, ma sono due amori che sono tenuti in contrasto da ciò che, invisibile, si è frapposto tra noi. In un suo slancio d’amore, mi tira un libro che più volte ha sentito accennare da don Gabriele. “Ritorno alla salute” di Simonton. Un libro che parla di guarigione dal tumore, ma anche dalla schiavitù della mente.
Il sabato successivo al mio rientro a casa ci sarà la Scuola del Villaggio e non voglio assolutamente perdermela, ne va della mia salute mentale.
E’ la prima volta che esco da casa. Mi sono attrezzato per l’uscita, sacchetto del catetere legato alla gamba, vediamo quanto resisto.
La Scuola del Villaggio, creata da d. Gabriele nel 2000, aveva trovato la sua prima sede a casa di Simon, sulla collina di Creazzo. Ci si ritrovava il primo sabato del mese, sui prati e in mezzo al bosco. Ad una prima impressione, poteva sembrava la classica riunione freakettona con danze, tamburi e discorsi sulla mente ma, nulla di tutto questo nella realtà. Tutti bene o male avevamo problemi più o meno seri su come vivere.
Don Gabriele lo conosco ancora dall’adolescenza, ed è lui che ci ha sposati. Prete di strada, forse non per scelta ma, per necessità, non essendo molto in linea con il modo comune di pensare di curia e colleghi più ortodossi. Dopo alcuni anni come cappellano e parroco, aveva deciso di andare per 5 anni a studiare religioni orientali a Benares. Qui aveva fatto incontri illuminanti, sia tra uomini di religione cristiana, sia tra uomini di altre religioni, tutti però, permeati dalla filosofia di vita dell’India. Aveva servito Messa per le sisters di Madre Teresa e anche per lei stessa nelle occasioni in cui era presente in sede. Poi, altri 4 anni come missionario in Thailandia, terra di buddhismo e di sorrisi.
Il suo ritrovarci nel 2002, con una visita, è stato un raggio di sole che entrava dentro una casa che stava sprofondando sempre di più senza, fino a quel momento, ne avessi ancora capito il motivo. Purtroppo il raggio è stato solo per me, e cominciai a frequentare. I fogli messaggio di Gabriele erano illuminanti e un mondo nuovo mi si apriva davanti. Cose diverse, modi differenti di come usare la mente a proprio beneficio, nuovi libri da leggere, nuove frontiere da esplorare, non lontane ma, vicine.
Avevo avuto altre esperienze, religiose o psicologiche, in cui la mente era stata stimolata ma, a mio avviso erano state tutte manipolazioni, per fortuna non così gravi da rimanerne invischiato ma, nel contempo, ero diventato più guardingo. La Scuola del Villaggio non è nulla di tutto questo, sono delle proposte, sono analisi di comportamenti umani, divulgazioni di pensieri e di libri, esercizi con i quali puoi capire come funzioni, nella mente, nel corpo e nello spirito. Poi devi essere tu a prendere quello che più ti piace, farlo tuo e metterlo in pratica.
Da un po’ di tempo, la sede delle riunioni è stata spostata in una grande fattoria, dall’altro lato della collina di Creazzo. Un posto dove vi c’è sufficiente spazio per tutti. Non di rado si raggiunge il centinaio di persone e anche il problema dei parcheggi non è indifferente! Con la bella stagione ci si mette in mezzo al prato sotto un filare di alberi da frutta. Qualche panchina o sedia e al limite per terra. Questo mese il tema è il libro che ti ha cambiato la vita. Simon parla di Ritorno alla salute, un libro che non è solo per i malati ma, soprattutto per i sani, per non ammalarsi. E’ una proposta di cambio di vita. Cambiare è indispensabile per salvarsi!
Dovrò proprio leggerlo e cercare il cammino per il mio cambiamento, posso capirlo, posso anche farmelo consigliare, farmi indirizzare, ma nessuno può farlo al mio posto. Sono solo io l’artefice del cambiamento, e non posso raccontarmi frottole! Cambiare è proprio cambiare, occorre agire e non basta saperle le cose, bisogna metterle in pratica per sempre!
3 -La mente
Mi butto a capofitto sul libro di Simonton. Vedo che dovrò sperimentare: in fondo non è altro che un manuale redatto in seguito a delle esperienze professionali di questo radioterapista. Affiancare alle cure tradizionali delle pratiche, che all’inizio, mi sembravano solo tecniche di rilassamento o di training autogeno. Ma non è così! Attraverso la pratica, ti trovi a dover scandagliare il tuo profondo, a doverti esercitare a fare cose che non avresti mai voluto fare e pensare ma, fanno parte delle cause del tuo male. Se non scavi non trovi l’amore, il motore incessante della vita. Se non trovi l’amore, ti resta solo la paura. E dentro la parola paura ci sono tante altre parole, risentimento, invidia, gelosia, dolore, malattia, morte. Sono tutte paure e questo metodo ti insegna come sostituirle con la parola amore. Ma, come pensavo io appena iniziato a leggerlo e ammetto con sufficienza, non combini niente se non ti lasci andare, se non ti spogli di tutte le maschere che porti. Rilassamento e svuotamento della mente per lasciar entrare cose nuove.
Sono al quindicesimo giorno dall’intervento, oggi tolgo la tortura del catetere. In ambulatorio avverto tutta la solidarietà di Paolo e gli sono infinitamente grato. Essere operato ed essere certo, che la scelta fatta, sia stata la migliore, è un aiuto fortissimo per la guarigione totale. Unico intoppo, il palloncino del catetere non si sgonfia! Praticamente un parto. Ridiamoci sopra, è passato, in tutti i sensi!
Le mie analisi migliorano e anche la mia salute. Cerco di mantenere anche una buona salute mentale, nonostante tutto. Ricevo conforto dal mio gruppo anche se, non posso frequentarlo se non voglio avere continui scontri. Le telefonate di Gabriella, Katia, e delle altre, mi confortano e mi sostengono nei comportamenti da tenere contro il nemico invisibile.
Mi abbevero a tanti libri sulla mente. Capisco che lì ci sono risposte a domande che non mi sono mai posto. Michele della Scuola del Villaggio, saputo che stavo mettendo in pratica Ritorno alla Salute, mi aveva detto. -“Bello meditare, vero?” -” Come meditare, faccio degli esercizi, lungi da me il meditare, sono una persona razionale e non fuori di testa! Per me meditare è come fumo negli occhi” . Non avevo capito ancora cosa stessi facendo. Meditare è la cosa più razionale che esista. Disponi anche nel lavoro della tua testa in maniera immediata, le decisioni vengono prese senza dover pensare, erano già lì e le conoscevi già da prima. Una volta non sapevo esaminare una persona. Ora solo a guardarla come si muove, come parla, come mi guarda, capisco chi è, e non mi sbaglio. Non è megalomania, qualcosa è cambiato dentro di me, si è aperta la mente, ma anche il cuore. Vedo difetti, vedo pregi, debolezze e punti forti e così riesco ad affidare oppure no determinati lavori, o dove è meglio mettere una persona anzichè un’altra, sempre discretamente e senza bisogno di sminuire nessuno. Tutti abbiamo punti di forza e punti di debolezza, sta al capo il valorizzare o l’evitare. Anche Silvano l’aveva capito: – “Incontra tu per primo questa persona e dimmi come la vedi”. Un terzo occhio? Ma non saprei, indubbiamente un gran bell’aiuto nella vita e nei rapporti con gli altri.
Qualche volta il meditare fa brutti scherzi, o belli a seconda di come vogliamo vederli. Calore, gelo, lampi, colori, luci, visioni, levitazioni. Li ho provati tutti questi fenomeni. Sì, li definisco fenomeni, in quanto non credo a discorsi soprannaturali o altro. Anzi penso che siano gli ultimi, estremi tentativi della mente per distrarti, per ingannarti, per farti credere che hai raggiunto qualcosa di straordinario. E’ l’ultimo tentativo per corromperti e poterti ancora dominare. Se ti lasci, e dico sempre a mio avviso, abbindolare dalla mente, non la svuoti, non la domini. Quando riesci ad arrivare a stare fermo, senza pensiero, la tua mente vede solo una lavagna nera e nient’altro, a mio parere sei arrivato a un buon punto. Adesso puoi cominciare ad introdurre pensieri nuovi, pensieri positivi, pensieri dove l’amore/agape la fa da padrona. Impossibile! Ovvio, questo mi sento sempre ripetere e chiedere, ma io ci credo. L’amore universale esiste, non è solo la macchietta di Sordi e Verdone di in Viaggio con papà. E’ una convinzione, una forma mentale riformata, rigenerata, ma possibile. L’aria è più leggera, la testa è più leggera, il cuore è più leggero e questa leggerezza la senti fluire. Non hai più paura di brutte figure, magari a volte sei anche sguaiato, sboccato, perchè usi linguaggi e modi di pensare liberi, al di fuori delle convenzioni imposte, senza offendere nessuno, beninteso, questo mai, se non indirettamente il loro perbenismo bacchettone, perchè il tutto è autoironico. Mi prendo in giro, perchè ho capito la pochezza della mia vita e delle mie azioni, ci rido sopra! Qualcun’altro l’ha capito?
4 - Guarire
Le visite di Gabriele a casa sono sempre una benedizione. Ti butta là un foglio messaggio, te lo fa leggere, lo meditiamo assieme. Frasi brevi, concise, praticamente degli slogan per stimolare e per raggiungere il benessere psicofisico. Sulle sue “Parole Belle” ci ha costruito la sua missione di uomo e di prete. -” Dimmi una parola bella!” Il contatto con molti di noi, miscredenti o credenti per modo di dire o per convenzione, gli impedisce di parlare di religione nel modo classico. Prima bisogna avere l’uomo, bisogna sfamarlo col cibo che lo fa crescere, poi si potrà proporgli del cibo speciale come il messaggio divino. Sotto altre guide avevo letto e meditato i nostri testi sacri, con Gabriele mi sto avvicinando ad un mondo diverso, di apertura, verso altri modi di intendere la religione, nella consapevolezza che ognuno si rivolge allo stesso dio, qualunque sia il suo modo di credere e di esprimerlo. Il Dammaphada, le Upanishad, il Bhagavad Gita, sono sul mio comodino. Non sostituiscono nulla, lo integrano. Alla scoperta dell’animo dell’uomo attraverso queste letture , trovando le similitudini di intenti e di linguaggio contenute anche nei nostri libri. Lo scopo è far rinascere l’uomo nuovo, libero, forte di animo, beato perché ama.
Il primo foglio messaggio che Gabriele consegna ha questi slogan:
– L’unico angolo della terra che puoi cambiare è te stesso – Quello che l’altro fa è il meglio che possa fare – L’altro è tuo maestro, anche nelle difficoltà che ti crea. L’altro è tuo nemico? Anche il nemico è tuo maestro! Egli ti insegna fino a che punto riesci a sopportare, conciliare, accogliere. – Siamo tutti maestri e scolari nella scuola della vita. L’uomo di pace volge tutto al bene – Vita è gratuità: niente ti è dovuto, tutto è gratis. La vita è un corteo di respiri: ogni respiro è un miracolo: che cosa respira in ciò che respira? Di che cosa è fatto il respiro? Potresti non essere vivo, tu abiti la vita; che cos’altro è più importante del respiro?
Cinque piccole frasi, un programma completo di vita da avere sempre davanti, sui foglietti che lui vorrebbe fossero attaccati sul frigorifero. Ma figurati se posso attaccare una cosa del genere sul frigo!
Io sono un allievo di Gabriele, ma lui mi chiede di fare una lezione sul guarire alla Scuola del Villaggio. Mi spaventa tutto questo, prima cosa, sono guarito? Beh sì, devo crederci, è la prima lezione il crederci. Ma sarò capace di esprimere quello che ho dentro, la carica di positività, non aver paura di parlare e di sbagliare. In fondo sarò il primo non esperto a parlare da quella scrivania. “Ma ti sembra di essere poco esperto? E poi non ti preoccupare, ricorda, lo scemo del Villaggio riuscì dove i saggi fallirono”. Questa frase, così sincera e rassicurante, mi convince a dire sì, sicuramente è impossibile per me fallire!
Mi metto di impegno per trasferire in parole il messaggio del libro di Simonton con le esperienze dei suoi pazienti, e con le mie. Un modo anche per analizzare dove e come stavo progredendo. Ad esempio, in uno degli esercizi da fare, dopo aver raggiunto una certa tranquillità interiore con il rilassamento, era quella di vedere la tua malattia e di combatterla fino a sconfiggerla. Ecco questa immagine, questa fantasia, è un potente indicatore di quale sia la mia condizione emotiva. I pazienti presi ad esempio, immaginavano san Michele o un cavaliere con la lancia che colpiva il demone del male e lo eliminava, oppure dei pescecani con denti affilatissimi che divoravano altri mostri. Spiegazione: Le cose affilate, appuntite, rappresentano la rabbia che, attraverso altri moduli di rilassamento, si dovranno smussare e calmare nella loro foga di distruzione. Va bene essere decisi e avere un personaggio senza tentennamenti ma, la foga no.
Stamattina ad esempio ho fatto queste visualizzazioni: ho concentrato il pensiero sulla mia parte malata. Essendo stata trattata con il freddo, la vedo di colore grigiastro, mentre gli organi intorno risultano colorati. La immagino perfettamente guarita, in seguito alle cure avute e delle quali ho la massima fiducia, anzi mi ritengo un fortunato aver potuto avere questi tipi di cure e cerco di diffonderne la loro conoscenza. A far corona alla parte che era stata malata e agli organi intorno, c’è un vero e proprio esercito di globuli bianchi, che io immagino come dei Pacman bianchi forniti di denti che, alla minima comparsa di una cellula malata, vista come un piccolo puntino grigio, insignificante, disperso e debole, la mangiano, digeriscono ed la espellono dal corpo. Pertanto mi ritrovo ad avere un personaggino a modo, come Pacman che, giunto a sazietà, getta il tutto inertizzato nelle mie vie di scarico. Tutti dovrebbero provare un esercizio così e vedere come la mente immagina il proprio sistema immunitario che, lavora su virus e altro, diventa anche un’analisi psicologica del proprio stato di rabbia.
Continuo la mia visualizzazione con l’opera di ricostruzione di quelle parti del corpo al momento (spero) rese inservibili dall’intervento subito. Le rivedo con i globuli bianchi, ora grandi riparatori, che come dei muratori mettono mattone su mattone dove il muro è stato distrutto. Ora non posso ancora darvi risultati……….
La quarta visualizzazione la faccio sul fegato che soffre di valori alterati, con steatosi e immagino che il fegato, sempre tramite i globuli bianchi, ritorni di un bel marrone lucente e che il grasso in eccesso sia stato eliminato, raschiato via e i valori siano ritornati normali.
Questi sono i miei impegni di guarigione, che tutti i giorni perseguo, e vorrò farlo per molti altri anni, in modo da poter testimoniare la loro validità. Non è scientifico, continuano a ripetermelo sia il mio medico curante, che il mio oncologo-angelocustode. Però tutti e due mi dicono di continuare, non possono approvarlo ma, mi dicono che non possono neanche essere ciechi.
E’ il primo sabato di ottobre e mi sto avviando verso la temuta scrivania. Leggo, cito a braccio, rispondo a tante domande, mi sono preparato e parlo per quasi trequarti d’ora e l’interesse è alto. Simon ci aveva parlato, poco tempo fa, di questo libro, da esperto sociologo e psicologo ma, parlarne da vissuto è tutta un’altra cosa e anche il tipo di interesse è diverso. Magari l’esposizione è lacunosa su alcune parti ma, nessuno può dirti “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, sono il vissuto, si può, ve lo dico io!
Chiude l’incontro Nives, altro grande personaggio della Scuola del Villaggio che presenta un libro che sicuramente entrerà nella mia libreria fisica e mentale: I 4 accordi di Miguel Ruiz. Ma questa è già un’altra storia!

5 - Nuova vita
E' il 5 gennaio, ore 20.00, sono all'Emisfero che giro inebetito tra gli scaffali del supermercato. Un quarto d'ora fa, all'ennesimo litigio, ho riempito la valigia buttando dentro tutto quello che potevo. Sembrava una scena da film realista in qualche sobborgo di Napoli. Io che mi faccio strada sulla porta, le maniche delle camicie e pezzi di pantalone che fuoriescono dalla valigia, la butto sul sedile dietro dell'auto e me ne vado. Al contempo, sento la pesantezza nel cuore dell'azione che sto compiendo e una leggerezza d'animo impensabile. La parola cambiamento passa per il primo passo. INTERRUZIONE DI PAGINA
Non per tutti è necessario fare quello che ho fatto io per iniziare il cambiamento ma, deve essere il primo passo fuori dagli schemi, dalle spirali che tutti i giorni ci avvinghiano, ci stritolano in percorsi di abitudini, di comodità. Ed ecco che torna alla mente lo slogan incompreso fino ad ora di Gabriele: è più facile soffrire che cambiare. La nostra vita è più comoda all'interno delle abitudini, in schemi sicuri e quotidiani. Siamo disposti a sacrificare la nostra unica vita a queste comodità, guardando gli altri, che ci sono riusciti, pensando ho troppa paura, loro hanno potuto farlo perchè avevano questa possibilità che io non ho, per me è differente, tutte scuse! La paura e la comodità sconfiggono il dovere ad avere una vita migliore!
Gli ultimi tre mesi passati sono stati un inferno, anche se mi sono aiutato con la mente, il tutto è stato duro e di certo la situazione non favorisce la mia guarigione. Ho avuto tanti aiuti da molti amici, Catia che mi ha più volte bacchettato, Daniela aldilà del mare con i suoi consigli sempre azzeccati, Gabriella e gli altri del gruppo con le loro telefonate di incoraggiamento e sprone, e tanti altri. I fatti succedutisi sono da tralasciare, non sono da raccontare, tra due/tre giorni verranno con me anche i miei figli e così potremo partire con la nuova vita.
Metto un po' di cose sul carrello ma, in effetti non ho la minima idea di cosa mi possa occorrere nella casa nuova che ho preso in affitto. Butto dentro e basta. Incontro Diego e sua moglie e racconto in due frasi la storia. Ben sanno come sempre abbia portato in palmo di mano mia moglie e sanno anche bene quanto le voglia bene. A differenza di tanti altri, esco di casa non per dissapori, ma perchè è l'unica, ultima possibilità di salvare lei e noi tre. Non sento che il mio amore si sia logorato, ma ho dovuto schiarirmi le idee e agire.
Ci siamo riuniti nella nuova casa e dobbiamo sicuramente mettere a punto le nuove modalità di convivenza. Anche se ormai era venuta meno, la presenza di una persona come lei è insostituibile, il suo occuparsi di noi rasentava la perfezione, troppa forse. Paolo, il nostro medico, mi ha confessato che anche lui è stato ingannato, lei era la paziente perfetta, per un po' di tempo non era riuscito a capire il disagio, quando l'ha individuato lei ha cambiato medico!
La casa è invasa da 15enni e 20enni che portano allegria e un po' di rivoluzione rispetto alla pesante, buia cappa psicologica che aleggiava all'interno della casa di prima. Posso ricominciare a frequentare il gruppo, che tanto sostegno mi ha dato. Il poter parlare, confrontare le mie situazioni, che tutti gli altri hanno già vissuto e (quasi) tutti già superato, mi dà la forza per continuare nel nuovo cammino.
Ho cominciato a correre, la mia salute me lo chiede, sono ingrassato , anche se in me non si vede, e la conseguenza è una ritenzione idrica. Faccio fatica, ma migliorerò, lo so è solo una questione mentale. Il vuoto mentale che si prova sotto sforzo, è paragonabile a quello della meditazione. Mi concentro sul passo. La mia corsa, a differenza della maggioranza, non è tallone/punta ma, punta/tallone, insomma corro come un velocista, alzando le ginocchia, pertanto se spingo accelero molto, però il problema è il fiato! Vedo il susseguirsi dei passi e accompagno i piedi nel loro movimento. Non penso ad altro, solo al movimento dei piedi. Quando la fatica giunge e le forze fisiche vanno ad esaurirsi, avverti la leggerezza della mente, una quasi catalessi, le gambe vanno da sole, non senti più nulla intorno a te, beatitudine! Scopro qualcosa di nuovo, percorsi cittadini alla mattina presto, collinari al sabato o domenica. Mi sento nuovo, mi sento vivo!
6 - Vacanze
La vita familiare procede, anche se è evidente che, il vuoto lasciato da chi vive staccato da noi, è talmente voluminoso che crea spazi incolmabili attorno a noi tre. Ci sosteniamo a vicenda e devo essere grato ai ragazzi, loro sono sicuramente più equilibrati di me e nonostante tutto, forse anche meno coinvolti emotivamente. Così sembra, forse adesso non ho neanche la lucidità per giudicare una cosa del genere. Per fortuna ho una mano da Anna per portare avanti la casa, almeno fino a chè, non troverà un lavoro più consono.
Per strada faccio doppia attenzione; alla strada ma, anche se riesco a vedere lei. Così, "per caso", per andare a lavorare passo davanti casa. Ho sempre la speranza di un gesto, un saluto che mi faccia intendere sono qui, ho capito! Per strada, anche se sono a Trieste o in altri posti lontani dalla mia città, se incrocio un Classe A argento, parte un fulmine al cervello, il tuono arriva al cuore, una scarica di adrenalina che accelera i battiti all'impazzata.... no non è lei! Per quanti anni dovrò ancora portarmi questa sensazione? E mi dico che comincio ad essere equilibrato, sereno, ti so dire se non lo fossi?
Ormai siamo a giugno e nonostante un tentativo di riavvicinamento ad aprile, che è naufragato, continuo a tormentarmi e a farmi male, come dicono le ragazze del gruppo. Passo spesso davanti casa, mi torturo vedendo una macchina diversa dalla mia parcheggiata vicino al cancello. Per fortuna Teresa, missionaria laica, sta arrivando dal Brasile e mi chiede di organizzarle un incontro con i miei amici per trovare qualche possibilità di coinvolgimento, di finanziamento o anche solo di informazione sull'operato del suo gruppo soprattutto in favore delle donne di quel paese.
Dico a Gabriele di tenersi libero per il 13 giugno e se possibile di portare altre persone che, avendo assistito ad altri incontri con Teresa, l'argomento sarà sicuramente interessante. Avviso anche le donne del mio gruppo, che essendo l'incontro in un giorno libero da altri incontri avrebbero potuto anche esserci.
Il 13 giugno invito a cena, fatta di una sola pastasciutta al pomodoro, sia Gabriele, che Teresa, in pratica la mia prima cena nella nuova casa. Alle nove arriva Graziella con sua figlia Chiara. Teresa ci parla di come ha coinvolto in iniziative di lavoro le donne del Brasile destinate, causa la povertà, a diventare madri in giovanissima età, lavorare e mantenere tutti in famiglia, compresi i mariti che, le rubano i soldi per andare a bere al bar. Iniziative di sartoria e cucito con le macchine da cucire comperate, recupero degli spazi attorno alle loro case/catapecchie per la coltivazione dell'orto, pratica sconosciuta in quegli ambienti. Hanno costruito alcune sale nella missione allo scopo di riunire le donne e le ragazze, per lavorare per sè stesse e per parlare dei loro problemi.
Eravamo solo in quattro, ma vedo lo stesso il seme per qualcosa di più grande, essere un gruppo che raccolga i pensieri e le proposte che partono dalla Scuola del Villaggio e da lezione frontale, portarla ad una condivisione di gruppo, con il metodo del cerchio e del talking stick: ognuno ha diritto ad uno spazio per dire il suo pensiero sull'argomento e nessuno può interromperlo.
A luglio siamo tutti e tre nel caldo infernale di Londra. Ho prenotato per la prima volta online. Che disastro! Ci ritroviamo in una soffitta vicino a Westminster. La pulizia inglese non è certo proverbiale ma, qui superiamo ogni limite. Dentro al bagno, probabilmente 50 x 50, ma forse sto esagerando in eccesso, devo accucciarmi per entrare e non sbattere sul soffitto. Alla notte fa talmente caldo che, ringraziavamo il cielo che la porta della camera abbia un foro sul vetro così può passare un po' di aria. Notti di inferno! Però adesso ci stiamo divertendo un mondo soprattutto a vedere le coppie che tornano dalla visita alla Regina a Buckingham Palace: oggi le comiche! La ruota panoramica sul Tamigi ci regala emozioni e visioni dall'alto di Londra. Ieri abbiamo preso la metropolitana per andare a fare la nostra passeggiata sulle strisce pedonali di Abbey Road, per i Beatles sì ma, soprattutto per i miei adorati Pink. Martina va ghiotta delle patate con la buccia di Starbucks che a me, sembrano una cosa barbara. Il British me lo devo fare da solo, li ho sfiancati tutti e due con il National e con il Tate. Loro hanno voluto rimanere fuori , seduti sui leoni dell'ingresso. Peccato, ho dovuto vedere qualcosina di tutta fretta del museo, che raccoglie le maggiori testimonianze della cultura Britannica!!! Egitto, Grecia, con tutti i fregi del Partenone e altre culture antiche, ecco appunto, tutte cose tipiche della cultura Britannica!
Ritorniamo a casa sicuramente più uniti, più sereni. Mi piace viaggiare con i miei ragazzi, anche in agosto avremo modo di passare alcuni giorni assieme, io e Miki, in montagna, assieme agli amici di sempre. Da qualche anno era diventato impossibile frequentarci. Quello che era successo, il buio in cui era caduta la famiglia, ci aveva tenuti lontani. Però è anche vero che il buio non esiste, è la luce che manca. Il buio non è quantificabile, la luce sì. Quanta luce c'è attorno a me? Approfitto della nuova vacanza per fare quello che avevo fatto 16 anni prima, salire la montagna sopra il paesino che ci ospita. Nessuno mi accompagna, troppo faticoso come lo voglio fare io, dritto per dritto e poi l'avevano già fatto altri anni. Mi va bene essere da solo, con i miei pensieri, la mia fatica. Nella testa un ritornello che continua martellante, mantengo il ritmo dei passi con lui. Salgo per prati direttamente, incontrando torbiere e fango, per la pioggia di alcuni giorni prima, sono bagnato dappertutto. Esco dall'erba alta e comincio ad incontrare la prateria vicino alla cima. Raggiungo il sentiero in cresta, un capriolo scappa emettendo un mugito. Mi avvicino alla croce, la mia vista spazia sulla Val Venosta, su Resia, l'Ortles e il Cevedale. Mi fermo, mi siedo, incrocio le gambe e resto! Il vento schiocca sul mio Kway, ma io non lo sento, sono immerso nel mio silenzio, il vuoto si fa strada nella mia mente, il tempo passa e non me ne accorgo. Riapro gli occhi, vedo ancora il panorama, ma ha più particolari di prima, ha colori più vivi, avverto i suoni del bosco, della vallata, il fruscio del vento che sposta i rami degli alberi più giù, in lontananza. Mi alzo, con calma, per i primi passi, lenti, leggeri poi, guardo l'ora; giù a capofitto, alle 18,30 qui si mangia e Helga ti guarda di traverso se non sei puntuale! Ce la farò ma, avrò bisogno anche di una doccia!
7 - Devo pensare a me stesso
16 agosto, le ferie sono finite per me, non per gli altri. La fabbrica lavora a regime ridotto, e io sono una parte del "ridotto". Sto guidando il camion. Faccio la spola tra i due nostri stabilimenti, non deve mancare nulla, non si possono fermare le macchine. Ma la mente è là. Ieri siamo tornati a casa e Michele, orgoglioso, voleva portarle i funghi che avevamo trovato ma, non c'era, era in ferie. La mente vaga, con chi? E' anche fotografata sul giornale di Vicenza con un fungo enorme? Non ce la faccio più. Fermo il camion al lato della strada, metto le quattro frecce. Respiro a fatica. Grido a me stesso: "basta, basta!" Mi mollo due ceffoni sulla faccia da lasciarmi i segni delle dita. "devi pensare a te stesso, basta! Devi pensare a te stesso!" Sento che questo è il momento definitivo, uno dei passi in più che dovevo fare dopo il primo. Tentennavo, rimanevo sempre sospeso se fare il passo indietro o andare avanti. Adesso ho deciso, non avrò più dubbi, la mia strada deve essere quella nuova, diritta, per me e per i miei ragazzi.
E' mercoledì e questa sera c'è l'incontro di umanità e di meditazione. Così ha voluto chiamarlo Gabriele. Ho dovuto avvisare i vicini, di cosa si svolge a casa mia il mercoledì. Qui i muri sono talmente sottili che, veniamo svegliati da quelli che abitano di sopra quando, alle sei del mattino, camminano con le pattine: schrkunk, schrkunk, schrkunk... Stasera siamo talmente in tanti che, non so dove farli sedere: 5 sul divano, 6 sulle sedie, 14 per terra, 25 sono tanti per una stanza 5 per 3,5. Il merito è chiaramente di Gabriele che, nel suo lavoro di prete di strada, riesce attrarre ogni tipo di persona. Anch'io cerco, nel mio piccolo, di fare da calamita. Stasera ci sono tante ragazze del gruppo, Lorena addirittura con figlie e rispettivi fidanzati. Capisco quanto grande stia diventando questa piccola stanza; c'è bisogno di spazi di incontro così, dove potersi fidare, dove mettere il proprio cuore al centro della stanza assieme a quello degli altri, senza sentirsi legati a qualcosa o qualcuno o a qualche dio, senza la paura di entrare a far parte di un giro che a lungo andare, potrebbe trasformarsi in una spirale. Luoghi dove quello che condividi e impari non è frutto di una iniziativa a scopo di lucro, anche minimo ma, frutto del percorso di qualcuno che lo mette a disposizione gratuitamente. Per noi le tecniche della mente sono un patrimonio comune che va donato da chi le conosce per il bene e la salute di tutti.
Gabriele ripropone una frase ricavata della passata Scuola del Villaggio: "L'amore è legittimare l'altro come essere umano, con le sue emozioni, risorse, difficoltà, voglia di amare e di essere amato". Sarà anche il tema della meditazione di questa sera.
Anch'io sto meditando sull'amore. Mi sento più libero, dopo quelle sberle. Sto effettivamente pensando più a me stesso, anche se i dubbi su di me, dopo l'operazione, restano. Ho paura ad istaurare un rapporto con una persona, al momento mi sento incompleto. Cosa posso dare per ora ad una donna? La mia mente, le mie corse? Il mio cuore, che non so se è ancora libero del tutto e se mai lo sarà? Ma non nego che guardo con piacere alcuni occhi e qualche sorriso. Tentativi timidi e buffi da 12enne, più di tanto, in questo campo, non credo di essere cresciuto. Sento che il mio cuore batte di nuovo e si rinnova di giorno in giorno. Il sorriso mio è diverso, vedo con occhi diversi, mi sento nuovo, mi sento giovane.
Riesco ad uscire anche a cena, e poter dimenticare quella prima domenica da solo in pizzeria, in cui ho dovuto trattenere le lacrime. Il bambino del tavolo accanto, scende dal suo posto, mi si avvicina e con fare da piccolo gendarme mi chiede: "Perchè mangi da solo?" Caro hai capito tutto! Mando giù il nodo alla gola. La mamma arrossisce, il papà interviene subito riportandolo a tavola. Non ha fatto nulla, ha solo capito che in quel momento anche la sua parola era importante per me.
E' domenica, siamo all'eremo di Lumignano. Domenica insieme con operazione fuoridaipiedi. L'Eremo, una volta accessibile liberamente, viene aperto qualche domenica prefissata, ma noi conosciamo il San Pietro dell'eremo. Giancarlo, vecchio compagno di scuola, grande conoscitore delle acque vicentine e delle sue grotte, giornalista sportivo. Siamo in parecchi e per alcuni è la prima volta all'eremo. Ti osservo, ma sei lontana, sei un'icona, sei irrangiungibile. Entro nella chiesetta dell'eremo. Una statua di S. Maria di Lisier ha occhi penetranti e ipnotici, mi fanno rimanere in silenzio impietrito, mi dai la mano ma, sei lontana, non sono il tuo primo pensiero come tu lo sei per me!
Raccolta fondi per una scuola in Perù. Festone in una sala affittata da amici al Mercato Nuovo. Gente che suona, qualcuno balla in modo garbato, ma io e Carlo scatenati. Sono zuppo! Non l'ho mai fatto, mi sento liberato, quasi fosse stato il ballo del tarantolato. Io che sono sempre stato lontano da piste da ballo, balere e discoteche, non mi riconosco più. Ma Carlo è accoppiato ed è anche un'organizzatore della serata, io no. Ma quante donne sole esistono al mondo! Faccio amicizia. Andiamo al cinema a vedere Centochiodi di Ermanno Olmi. Robetta leggera, proprio da primo appuntamento, ma culturale! Anche se il titolo poteva richiamare, da un certo punto di vista, la mia e anche la sua esperienza passata, non è scorrevole e incalzante tanto da poterci arrecare disturbo! Mi trovo in mezzo ad un rito buddista a recitare il Nam Myoho Renge Kyo. Mi spiace mi sento prigioniero così, non fa per me.
Ricomincio a vivere, anche a soffrire per amore, ma vivo!
8 - Cri
Faccio le mie visite di controllo. Franco Maria, visto lo scostamento del PSA, ritiene opportuno fare una biopsia. Mi assale un po' di ansia ma, cerco di controllarla. Mi rilasso, porto la mente altrove, faccio il modulo contro il dolore. Sento che, finchè lui compie il prelievo, dice fra sè e sè: "Incredibile". Finisce e mi chiede: " Scommetto che fai meditazione e adesso l'hai fatta. L'ho capito, primo, perchè la faccio anch'io, poi perchè, ad altri, non faccio in tempo a mettere l'ago sulla siringa che, già gridano per il dolore e chiedono l'anestesia. A te ho fatto 24 prelievi senza anestesia, non hai mosso un muscolo, tenendo tutto rilassato, facilitandomi un sacco il lavoro. Incredibile". Gli racconto di tutte le mie esperienze ed in particolare del tentativo di evitarmi altre sorprese e di lavorare sul fegato con la mente. Gli racconto dell'ultima ecografia e che non ho più la steatosi. Mi fa riaccomodare sul lettino dell'ecografia, e va a guardare in parti del mio corpo dove solitamente passa molto più velocemente. Indugia e poi ride. "Cossa vol che te diga?, Go controlado tutto e ti non te ga più la steatosi! Non posso, come uomo di scienza, dirti il perchè, e non posso dirti che è stata la meditazione, io non posso. Ma tu ce l'avevi, da parecchi anni, come lo dimostrano i tuoi esami precedenti, e adesso non ce l'hai più e la cosa più strana è che, non avevo mai visto steatosi scomparire".
Ritorno a casa e rimango in attesa dei risultati. Mi giungono dopo una settimana, tiro un grosso sospiro di sollievo. Tutto negativo, probabilmente qualche valore influenzato da chissà cosa, forse anche dalla corsa e dallo sforzo, come trovo scritto in alcune pubblicazioni. Decido, per il futuro, di non andare a correre nei due giorni precedenti le analisi.
Oltre al gruppo di meditazione, c'è sempre il mio gruppo dove le mie care donne mi aspettano il martedì e il venerdì. Il gruppo ha sicuramente riempito il vuoto della mia vita ma, non solo. Prima sono stato un piagnisteo continuo e con un bisogno incredibile di raccontare e sfogare rabbia, risentimento, gelosia, e inevitabilmente, prendermi un sacco di rimproveri per gli errori che ho commesso. Ora mi rendo conto che la mia posizione nel gruppo è cambiata, sono d'altra parte, divento utile per i nuovi arrivi e non solo, sto facendo esperienze che, anche chi è arrivato prima di me nel gruppo, non ha mai fatto, ma sono esperienze indispensabili per uscire dal buio. Vedo gente arrivare disperata, ma a loro posso raccontare che si può uscire da tutto questo, non è facile ma, possibile, basta credere in sè stessi, recuperare autostima, e lasciare che il gruppo ti aiuti.
Conosco Cri, nessuna intenzione "bellicosa". Dopo qualche caffè preso assieme e tante chiacchiere, invero non mie, questa sera usciamo a mangiare una pizza. Siamo solo amici e usciamo solamente con questa consapevolezza. Non siamo disponibili uno verso l'altra e pertanto si va fuori solo per magiare, chiacchierare e ridere. All'appuntamento Cri si presenta in vestito nero che le modella il corpo, è ben diversa da quando viene in tuta alle riunioni! Arriviamo al Millenium, fanno un schiacciata di cui molti parlano. Ci si perde in chiacchiere, poco nelle mie, Cri è un fiume in piena, ben diversa da quando ci raduniamo, sempre silenziosa, tanto che pensavo fosse timida e riservata ma, non certo con me. Gabriele ammonisce di fare attenzione alla chiacchiere inconcludenti. Ma ben venga! Dopo tanti anni di silenzio, di non poter vedere il sorriso e il ridere di una donna mentre parla o di non riuscire a farla ridere, ma cosa c'è di più bello? E poi stasera contribuisce anche la musica, veramente sopraffina e delicata, come si addice se porti fuori una donna a cena; ci sono i Radio Sboro dal vivo! Chiaramente non lo sapevo, non mi sarei mai permesso di fare una cosa simile, ma già ci siamo e ci ridiamo sopra a crepapelle!
I nostri incontri continuano, caffè in centro più di una volta alla settimana, scoprendo che né all'uno, né all'altro, più di tanto piace il caffè ma, tutti e due eravamo convinti piacesse all'altro. Chiaramente c'è un feeling anche se continuiamo a dirci, in modo sincero, che abbiamo il cuore altrove ma, anche che non siamo più disposti a soffrire, abbiamo già sofferto a sufficienza.
Ho liberato il cuore dove era incagliato e dove non avrei mai potuto essere felice e comincio a guardare Cri con occhi diversi, da uomo. Più la guardo e più vedo cose che mi piacciono di lei. Chiaramente non la conosco come persona, la conosco per le risate, la conosco perchè, penso abbia raccontato più a me, che a tutte le altre persone che le sono state vicine. Neanche al gruppo ha mai raccontato queste cose, anche allegre! Ma chiaramente, con paura, mi colpisce la sua fisicità. Sa sempre nascondersi, mimetizzarsi dentro le sue tute, ma per me adesso è impossibile non notarla. Siamo quasi alla fine di luglio e questa sera è qui dopo il solito caffè. Siamo sul divano, e parliamo e ridiamo, come stiamo bene insieme. I miei occhi sono ipnotizzati da quelle labbra in movimento. Con tanta paura per quello che potrà succedere, non so quali siano le mie condizioni fisiche dopo l'intervento, cosa che mi ha sempre bloccato nei miei timidi tentativi di approccio con le donne, le do un bacio. Tutto finisce qui, senza conseguenze ulteriori.
E' domenica, sono solo, ho paura di aver fatto una cavolata. Mando un sms:
-"Stai prendendo il sole?"
-" Sì, ma ho finito, adesso mi metterò un po' di crema".
Genio!
-"Se vuoi te la spalmo io!"
-"Arrivo".
9 - Uomo
Sono felice, mi accorgo che tutte le mie paure sono svanite. Anche se facevo di tutto per non averne, il dubbio rimaneva sempre. Durante una visita di controllo, Paolo mi aveva chiesto: "Ma come fai ad essere così sereno, hai accettato la possibilità per te di non essere più uomo senza farti problemi, altri nella tua situazione parlano di suicidio e tu hai anche 20 anni in meno?" Gli risposi che per me era importante la vita e quello che stavo scoprendo di me stesso. Che però non demordevo, in tutte le mie visualizzazioni quotidiane rivedevo, mattone dopo mattone, la mia guarigione completa in ogni suo aspetto!
E tanto è stato. Franco Maria mi aveva dato qualche speranza, nell'ordine del 20% di probabilità ma, mi aveva anche avvertito che era andato molto profondo nell'operazione, per non correre rischi inutili e che se tutto andava bene occorrevano almeno due anni per fare qualche pensiero da mascalzone! Due anni giusti!
Però quanto è diverso tutto ciò adesso! Non riesco a spiegarmelo, forse non riuscirò mai a capire. Forse saranno state le medicine, l'intervento, il periodo di attesa, forse anche l'età che avanza. Ma la sensazione è nuova, è di liberazione. Pur sapendo di essere ritornato uomo, mi sento anche di aver acquistato un modo di vedere femminile. Vivere il rapporto con un'altra persona senza la sensazione animalesca innata, del nodo alla gola, di "a tutti i costi". Questo è l'istinto che fa andare avanti il mondo, è vero, ma che ti manda in pappa il cervello. Ora posso attendere, se sì bene, se no va bene lo stesso, non c'è problema! Il mio stomaco non si comprime, resta sempre rilassato in ogni caso. Sento anche un fluire di sentimenti ed emozioni nuove, sento anche quello che tanto tempo fa mi si chiedeva ma, non riuscivo a capire. Apprezzo tutto molto di più e siamo effettivamente in due! La tenerezza è lei l'artefice adesso!
" Va beh Cri ma, ho anche due anni da cui rifarmi!"
Tutto senza impegno per star bene insieme. Praticamente all'unisono ci diciamo: "Guarda, finchè sto bene, nel momento che non dovessi più stare bene, amici come prima, di sofferenze nella vita già troppe sai e nessun impegno eh!"
Bei giorni passati, vederci alla sera e a volte anche la mattina, ma stasera mi è scappato un "Ti amo", mi hai guardato sbigottita. " Mi è venuto spontaneo". Prima di andar sotto le coperte mi arriva il tuo sms " Ti amo"
Stiamo partendo per Rimini al convegno annuale del gruppo. Sarà la nostra prima vacanza, il convegno è solo una scusa. Tre giorni senza vedere anima viva e del resto anche nessuno del gruppo, dove le donne avevano già capito tutto, che ci telefoni per dirci: ma dove siete?
Mi sveglio prima dell'alba e piano piano mi metto le scarpette, i pantaloncini, e la canottiera. Vado sulla spiaggia a correre, il sole non è ancora sorto, lo aspetto! Il rosa del cielo si trasforma in azzurro, una lama di luce si allarga sul mare, il sole sorge , ho fame, ritorno indietro! Telefoniamo noi a Gabriella: "non riusciamo a trovare dov'è sto palasport?" Giriamo e troviamo il palasport. "Non c'è nessuno, evidentemente non è questo! Che facciamo? Andiamo a San Marino, meglio. "
Ma quale soddisfazione Cri, posso fotografarti, anche se so che non era la cosa che più ti piaceva. E continui a sorridermi e posso scattare finchè voglio. Poterti dire: "Mettiti lì vicino alla Rocca, sorridi!" E non ti arrabbi mai, non ti rabbui mai, posso dire e chiedere tutto, e io ti do quello che vorresti chiedermi ancor prima tu possa pensarlo!
Ritorniamo a casa dopo tre giorni fantastici, anche per te tutto questo è nuovo. A te la vita non ha riservato poi tanto, dei bei figli, questo sì ma, per il resto hai sempre dovuto lavorare per tutti, dentro e fuori casa. Forse questa è stata la prima vera vacanza in cui tu sei il centro. Sei ritornata a quando avevi 12 anni, dove eri la principessa di un altro uomo che, pur giovane ha dovuto lasciarti. Da quel momento la tua vita si è fermata, come dici tu, sono rimasta giovane e ho 12 anni. Fai ripartire l'orologio della tua vita , mia dodicenne!
10 - Parigi
Oggi mi hanno detto che non potrò andare in Myamar. Avevamo un viaggio premio, da parte di una azienda e Silvano me l’aveva ceduto. Peccato, la Birmania resterà un sogno. Ma quando l’avevo programmato ero da solo, adesso siamo in due! Direi Parigi!
Oggi partenza da Venezia, con un giorno di ritardo, niente Air France ma, Vueling. La Francia è in rivolta, come i monaci e pacifisti della Birmania, che si siano messi d’accordo perchè mi faccio un viaggio a sbaffo? Per Cri è il battesimo dell’aria, ma tanto a lei le situazioni nuove non la smuovono neanche di un millimetro; coraggio o incoscienza? Non lo saprò mai.
Siamo in un piccolo Hotel, proprio in centro, vicino all’Opera Garnier, hotel storico. Qui Toulouse Lautrec viveva e si manteneva dipingendo le ragazze che vi lavoravano, insomma era un casino!
Siamo interdetti da quanto piccoli siano i tavolini dei bar e dei ristoranti, dal fatto che si fuma. Faccio incazzare un cameriere perchè ho appena spostato il posacenere, zeppo di cicche, dal tavolino nostro su di un’altro vuoto! Me lo rimette, pieno, con sguardo bieco, facendomi capire che sono italiano! Per non parlare del Moulin Rouge, in sei, perfetti sconosciuti, in tavoli 30 x 30. Camerieri che volano sopra le teste con lo champagne e si ricordano dove sei tu che hai ordinato due Coche. Bravi! Tripudio di colori e anche se, non era proprio quello che intendevi di Parigi, mi rendo conto che, probabilmente in nessun’altra parte del mondo potrei godere di uno spettacolo simile, artisticamente parlando. L’organizzazione che c’è dietro è sicuramente una macchina grande e perfetta. Danze, giochi di prestigio, piscina trasparente che compare da sotto il palco, immagini psichedeliche che, ti catturano nel loro sovrapporsi di colori ipnotici, resti magnetizzato con lo sguardo fiso, imbambolato. Il comico, pur non essendo italiano, parla e fa battute un po’ grossolane in italiano. Non mi sembra che gli italiani siano in maggioranza tra il pubblico. Forse la comicità è più genuina se è in italiano, forse il mondo sa che solo noi italiani facciamo ridere, nel senso che la nostra lingua, e il nostro linguaggio corporeo, sanno toccare le giuste corde dell’animo!
Capiamo perchè Parigi è la città degli innamorati, tutto è organizzato perchè lo sia. E chi ci ha organizzato il viaggio ha capito tutto. Ieri sera abbiamo cenato nel ristorante della Tour Eiffel, e stasera stiamo cenando al lume di candela su un Bateau-mouche, con sottofondo di musica romantica. Non sono mai stato tagliato per queste cose, forse le rifuggivo ma, come ci stanno bene ora e come mi sto divertendo! Le luci delle Quai illuminano il nostro scivolare lentissimo sulla Senna, i monumenti che scorrono non ci interessano più di tanto, e neanche la cena, il mio sguardo resta fisso sui tuoi occhi dove, tenue si riflette la fiamma della candela. La tour Eiffel saluta il nostro arrivo a destinazione con una esplosione di luci e laser che, ti fa rimanere a bocca aperta senza accorgertene. Chissà cosa penseranno i parigini di questi provincialotti che si emozionano per quattro luci e laser da discoteca!
Stamattina ritorniamo per la seconda volta a Sacre Coeur. Siamo già stati al Louvre, Notre Dame e la Saint Chapel. Tutto bellissimo e chiaramente con molta più storia ma, niente alle sensazioni che proviamo qui. La scalinata con tutta quella gente che canta e suona, la piazzetta con gli artisti, ma in particolare la cantastorie con il suo organetto, è quella mi ha fatto ritornare. E’ pieno di turisti verissimo ma, il misto di razze, di culture, l’arte di strada, con i suoi colori, le sue fantasie per poter impressionare le persone e possano così contribuire, con un obolo, al mantenimento dell’artista. E ti immagini che viva in una vecchia soffitta del quartiere latino come attuali Rodolfo, bohemien……ma ti rendi poi conto che, un obolo non può più essere sufficiente per poter vivere nel quartier latino, chissà dove vivranno questi qui?
Siamo ad Orly e stiamo attendendo il volo, c’è sciopero ancora proprio da stasera. Le notizie si alternano, forse ci porteranno a Verona e poi in qualche modo torneremo a casa. Vedono tutti gli italiani che si accalcano verso una uscita, ci andiamo anche noi. Mi controllano il biglietto ci fanno passare. “Va a Verona?” , “No, ne abbiamo fatto uno solo per Venezia”. Salvi!
Il mercoledì a casa mia ormai è diventato un momento fisso per molte persone. E’ passato più di un’anno e 100 persone e forse più, sono entrate a casa mia per l’ora di Umanità e meditazione. Persone diverse, cristiani, musulmani, Are Krisna, ebrei, bianchi, neri, gialli, etero, omo, sani, malati, savi e non. Aspetto con ansia anch’io il mercoledì. Mettere la casa a disposizione degli altri diventa uno scopo di vita. E’ “un vivere per”. Aspetto con gioia che arrivi, preparo il da dire, sia che debba condurre oppure per il momento dove ho il bastone della parola. Scambiarci poi le impressioni della meditazione è uno sprone per continuare a andare oltre, come dice Elisa.
Molti si aspettano di ottenere risultati immediati, ma non è così. Ci vuole pazienza e accontentarsi del poco che arriva, giorno dopo giorno. Ci sono giorni dove ti sembra di aver raggiunto qualcosa di positivo, altri che ti senti tornare indietro, la mente ha vagato e ti chiedi se vale la pena continuare. Certo che vale la pena! Quei dieci, venti minuti tutti tuoi dove li metti? Sei rimasto lì, cercavi di fermare la mente ma, non ci sei riuscito. Non ha importanza, oggi questo è il tempo che ti sei dedicato, un momento tutto tuo. Un po’ alla volta tutto arriva, e accetta quello che è arrivato oggi.
E’ sicuramente un gruppo eterogeneo, con esperienze molto diverse. C’è chi ha già frequentato vari guru e ha il suo mantra. Altri sono stati in India o hanno abbracciato una religione orientale. Chi invece, cristiano, è convinto che la meditazione avvicini molto di più al Dio dei propri padri. Altri sono atei e lo fanno con lo scopo di rispondere alla domanda/esortazione di Socrate; conosci te stesso! Io ho avuto modo di partecipare a qualche riunione di qualche personaggio conosciuto nell’ambiente della meditazione e delle religioni orientali ma, la mia mente anarchica mi impedisce di aggregarmi a queste forme di adescamento di adepti. Non credo nella relazione stretta, quasi di dipendenza tra maestro e discepolo. Credo in un insegnamento che ti permetta di sperimentare e di viaggiare da solo, anche con i tuoi limiti, all’interno del cosmo della propria mente. Anche perchè, non mi sembra che chi tra noi ha avuto esperienze con maestri, sia più avanti di tanti altri, anzi qualcuno è sempre alla ricerca di nuove fonti a cui abbeverarsi, non capendo che, l’unica fonte dove deve trovare l’acqua è dentro di sè stesso. Gli altri sono un piccolo mezzo, ma sei tu che devi trovare la via, il maestro ti può dare la spinta nella giusta direzione ma, poi, ti devi arrangiare.
11 - Coro
Sto andando in parrocchia, don Carlo mi ha telefonato che vuole vedermi. Pochi contatti con lui, ma a quanto sembra lui conosce tutto di me. “A parte il fatto che sono invidioso perchè, hai più persone che vengono a casa tua, che al mio Consiglio pastorale, un uccellino mi ha detto che tu sai suonare la chitarra e qui abbiamo bisogno di te. Il nostro coro è sempre lì, in procinto di mollare e abbiamo bisogno di gente nuova, e tu sei l’ideale!” – “Ma non so neanche se mi ricordo come mettere le dita sulle corde e non conosco neanche le note!” Mancava solo che gli dicessi “le cavallette!” e John Belushi poteva nascondersi in fatto di scuse!
Ho il numero e la via dove devo andare per le prove. Sto rompiballe di prete, mi ha proprio incastrato e poi chi sarà stato l’uccellino? E chissà che gente, la solita masnada di “basabanchi” e “rosegacristi” come diceva mio nonno. Ho con me la chitarra che Gino ha regalato a Michele prima di andarsene e prima che Michele decidesse definitivamente per il basso.
Beh però, non mi sembrano proprio niente male questi ragazzi qui. Sono decisamente più giovani di me e sono anche bravi a far finta che vada bene come suono e canto. Qui, dentro casa di Sandro e Betty, la musica è vissuta, tutti i componenti suonano, ma non per così dire, qui è normale una discussione del perchè in un brano, si usi il re# e non il mi bemolle, che sono la stessa cosa e soprattutto sono un casino da fare con il barrè!
Devo partire completamente da zero, non conosco neanche un canto e non mi ricordo effettivamente dove mettere le dita, qualche accordo e niente più, ma mi diverto, imparo presto, con i miei limiti, tutte le cose che faccio hanno dei limiti, l’importante è accettarli e trovare il divertimento puro entro quei limiti. Mi diverto con il canto e la chitarra, mi diverte correre, mi diverte meditare, mi diverte la tenerezza.
E mi diverto con questi ragazzi, preciso di ragazzo c’è solo Sandro, il resto sono tutte ragazze, il che non guasta e soprattutto non sanno essere pallose come certi uomini e non sono neanche come le avrebbe definite mio nonno. Anche stasera dopo le prove, dove ho eccelso per bravura (ah! ah! ah!), fuori torte o paste e giù ciaccole a non finire. Mi si redarguisce anche sulle mie scelte amorose, sono tutte dalla parte di Cri e mi dicono che è la donna ideale per me!!
Abbiamo fatto presto ad entrare in sintonia con questi catto/fuoribalconati. Cri è venuta qualche volta alle prove ma, non vuole cantare. Dice di aver cantato anche a tre voci ma, secondo me, erano più che altro in tre che cantavano ognuno per conto suo ma, diciamo che ci credo!
Cantare con loro è sempre senso di completezza, di appartenenza, di non paura anche di esporsi. Sì, perchè cantando, inevitabilmente, devi perdere la timidezza aiutato dal gruppo, devi buttarti, devi essere coraggioso, non puoi aver paura di sbagliare e così anche nel suonare. Se sbaglio una nota, mi accorgo , mi fermo e poi riprendo. L’altra chitarra mi copre sempre, solo perchè Sandro non sbaglia mai!
Mi trovo non bene, molto, ma molto di più. Posso anche fare la figura dell’uomo saggio avendo una decina di anni in più, rispetto il più vecchio di loro. Insomma, nel mio percorso di rinascita, forse il regalo più grande che potessi ricevere, caro il mio prete rompiballe!
12 - Angy
Gli alberi sono in fiore. Mi aggiro per Laghetto alla ricerca della chiesa, è sempre un problema per me orientarmi a qui. Mi viene in mente primo mercoledì che arrivasti a casa mia, era ottobre, circa un anno e mezzo fa. Nel giro di condivisione prendesti la parola e non girasti tanto intorno a quello che dovevi dire: ” Ho tre mesi di vita”. Fu un pugno allo stomaco per tutti. Erano mesi che parlavamo di malattia, di come combattere la malattia, e adesso capivamo che dovevamo farlo tutti, non si scherzava più. Angy ha portato la realtà dentro al gruppo, anche se io l’avevo vissuta, sapevo dentro di me che ce l’avevo fatta, e che quello che facevo era per prevenire un ritorno. Ma con lei? Era nel vivo del problema, era uno dei casi di cui parla Simonton nel libro. Riuscirà a fare qualcosa, riusciremo ad esserle di aiuto?
Sei diventata il motivo, lo scopo del gruppo, che viveva attorno a te, ma si sentiva che tu vivevi con la speranza nel gruppo, ultimo appiglio, ultima spiaggia terrena nella speranza di farcela, poi sarebbe rimasta solo la fede!
Ieri sera ho scorso le tue mail di un anno, prima speranzose, poi quasi certe, e infine quelle disperate. Frasi sempre di gratitudine per la vita, per l’amicizia, di preoccupazione per i figli, piccoli, e per il marito. Tanto che hai voluto che l’incontrassimo dopo quasi un’anno perchè non capiva più nulla. Ma come faceva ad avere una moglie così bella, così in forma che fino a 9 mesi fa era disperata e che secondo i medici avrebbe dovuto essere già morta? Voleva speranze anche lui, voleva capire. Non era semplice capire il marito, uomo intelligentissimo, ma con un evidente problema di linguaggio che mi impediva, soprattutto al telefono di seguirlo, nonostante mi sforzassi.
Anche un mio amico che cominciò a frequentare i mercoledì, mi prese in disparte e mi chiese: “Ma chi è quel pezzo di….. tutta abbronzata” – ” La più forte di tutti. Dovrebbe essere morta da sei mesi….”
Quando non ce la facevi, ti lasciavamo seduta sulla sedia e ti mettevamo al centro della stanza. Il gruppo ci credeva, ti inviava tutta l’energia che poteva o credeva di poter emanare. Tutti si impegnavano a trovare soluzioni energetiche di gruppo. Abbiamo convinto anche il don a fare una danza sciamanica dell’Amazzonia. Tu al centro, sulla tua sedia, noi che giravamo guidati da Martin, quasi in una trance di gruppo, fino a scaricarti addosso tutte le positività acquisite, dopo il canto ossessivo. Credo che i vicini abbiano, giustamente e fortemente obiettato sulla sanità mentale mia e dei miei amici. Ti ho registrato meditazioni guidate, per facilitarti il lavoro a casa, prendendo spunto da Simonton che lo dava come sussidio ai suoi pazienti. Avremmo voluto tu avessi fatto parte del 23% che, nel libro si dice siano guariti completamente. Ma tutto questo non è stata una sconfitta per noi e neanche per te. Sempre sul libro si dice che i pazienti che s’impegnano hanno una vita più lunga e sicuramente migliore.
Le analisi, prima di iniziare il quarto ciclo di chemio, ti facevano sperare in qualcosa di assurdo, di miracoloso, perchè tu ci credevi. Ma il tragico colloquio con un realista, che non ha lasciato spazio alla speranza, alla fantasia della visualizzazione della guarigione, non ti ha lasciato scampo: preparati a morire.
Tutti ci siamo chiesti l’utilità di una cosa così, non valeva la pena che la speranza fosse ancora tua compagna? Non erano evidenti i progressi? Certo la scienza non può appoggiare certi metodi, ma anche, non può spiegarne i risultati evidenti. Se ti avessero dato speranza, quanto in più avresti potuto vivere bene? Saresti mai finita tra il 23%.
Ma non è stata una sconfitta, Angy, né tua, né tantomeno del gruppo, anzi per tutti è stata la più grande vittoria. Ci siamo sentiti grandi, importanti, eravamo in lotta, al tuo fianco, con tutto l’amore che potevamo. Ti abbiamo portato dalla disperazione del giorno in cui sei entrata per la prima volta a casa mia, alla quasi serenità della primavera e dell’estate, del quasi avercela fatta.
“Ciao Paolo, Sono stata contenta ieri sera perchè a causa del ritardo di don Gabriele e grazie a te sono riuscita a parlare……..mi sento accettata e non giudicata sono alle prime armi ma, mi sto impegnando……….lunedì inizio x il 3 anno di chemio con spirito che questa è la terapia giusta, ci credo fino in fondo, grazie al rilassamento, grazie a te. A proposito il cd funzia. Mi visualizzo guarita, con tanta voglia di vivere, grazie x tutto Angy”
“Caro Paolo, complimenti per la voce sensuale. Questa mattina ho ritirato gli esami del sangue. I globuli bianchi vanno bene ma, i marcatori cea a dicembre erano 700 oggi sono 4500…………………………………..che frase usavi quando i tuoi valori del sangue non andavano bene? E’ una malattia bastarda perchè è dappertutto e cammina, è nel fegato, nei polmoni, nel peritoneo. La sento, la tocco, è dura, è durissima. Ti abbraccio. Angy.”
“Caro Paolo, mi stai dando tantissimo, sento il calore di tutti, mi avete aiutato tanto ieri sera. Sento che ce la posso fare anzi, ce la farò. Ti voglio bene. Ti abbraccio Angy.”
“Ciao Paolo!E’ bello e arrichente venire a casa tua, mi sta aiutando ad affrontare questa lotta, mi sento meno sola, grazie, grazie, grazie, perchè ci siete. Domani rifaccio gli esami, sono sicura che andranno bene!”
“Caro Paolo, grazie del bellissimo regalo, mi piace tanto e una gioia per me sono i regali del cuore. I rapporti umani hanno un valore inestimabile. Sto bene, sto vivendo un momento magico, sono molto serena, questa serenità cerco di trasmetterla in famiglia, con le persone che incontro.Grazie e un forte abbraccio, ciao Angy”
…..poi…
“Ciao Paolo, ieri sera ho dimenticato il golfino. Don Gabriele era particolarmente carico e mi ha trasmesso molta energia.Mi ha colpito e fatto pensare la frase “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Quando riesci ad amarti a volerti un po’ di bene, ad accettarti per quello che sei, vedo che mi riesce più facile amare gli altri. Lo so non ho scoperto l’acqua calda ma, quando lo metto in pratica, lo capisco molto bene. Ho un dolore alla pancia è un aderenza sotto il taglio che mi hanno fatto. E’ circa 2 – 3 cm lo visualizzo e cerco di immaginarlo sempre più piccolo come un pisellino. Secondo te va bene? A volte, penso che forse ti pesa averci tutti i mercoledì a casa tua. Grazie per la bella persona che sei. Grazie per tutto. Angy un abbraccione.”
“Sabato non ho avuto il coraggio di intervenire perchè non sono guarita………………… Volevo chiedergli il significato che ha il tumore all’intestino, ma ………………………… grazie per i pensieri che mi invii. ciao Angy. Io vivo come se fossi guarita.”
“Mi sento da schifo, sarà il dolore, sarà l’autunno, sarà………………………………………..mi sembra di crollare da un momento all’altro. Ma so che ce la posso fare, sono forte e tenace. Questa mattina sono andata in ospedale e la dr mi ha detto che il dolore è la malattia che cresce. Fantastico………………………….Credo che mi rileggerò ritorno alla salute. Ciao Paolo, ti voglio bene Angy”
“Oggi sono salita a Monte Berico e pensando ai miei dolori ho capito che erano dolori di paura, tanta paura, paura, paura anche se non mi sembrava di avere tutta questa paura. Ma paura di cosa mi chiedevo paura di essere guarita o paura che la malattia sia andata avanti? Me lo sono chiesta e mi sono risposta che ho paura di dire che sono guarita. Dirai che sono fuori di testa, ebbene si, ho paura di dire che sono guarita. Allora me lo sono ripetuta continuamente sono arrivata a casa e ho detto che sono guarita, la Madonna mi ha aiutato a dire che sono guarita e così è. Ti abbraccio Angy”
“Sono giù di morale, la drssa è spietata non c’è nessuna speranza, le cellule sono sempre più resistenti, mi dispiace tanto. In questi ultimi mesi i miei pensieri si sono concentrati sul dolore, senza rendermi conto che così l’ho alimentato, nutrendolo e facendosi sentire sempre di più. La conferma con tac ed esami. Ho la testa dura, ma tanto dura, so benissimo che i miei pensieri influiscono su tutto il resto………….Caso mai ci troviamo più avanti adesso pensa alla tua famiglia. Ti abbraccio forte forte. Angy”
“Carissimi Paolo e Cristina, siete proprio una bella coppia. Ognuno con il suo bagaglio di esperienze che ci regalate. Vi vedo come due saggi. Siete veri perchè portate ognuno il proprio vissuto, non è da tutti. Sto facendo un percorso con una psicologa sul mio passato, era una cosa che volevo fare, non so quanto beneficio mi stia portando, so che sto piangendo molto e il succo che ne ho ricavato l’ho letto dentro la tua lettera. La psicologa ha detto che ho una bella corazza e sono piena di resistenze. Non si ottiene nulla se non ci si abbandona, se non si ha fede. Lo so, tu continuavi a ripetermelo ma, sono cocciuta. Alla fine spero di averlo capito. L’anno scorso avevo in mente la meditazione, adesso lavorerò sull’abbandono e la fede, perchè la fede è amore, come obiettivo mi impegnerò al massimo è una cosa che sento. L’impegno è anche di perdonarmi, accettarmi e volermi un po’ di bene. La padronanza della propria mente, ribelle, capricciosa e vagabonda, è la via verso la felicità. Ieri ho finito il 3 mese di chemio, mi auguro di recuperare un po’ di energie. Grazie perchè ci siete, perchè mi capite, perchè vi voglio bene. Ciao Angy”
E questa era la tua ultima lettera, in risposta alla nostra di Natale. Poi, non ce l’hai più fatta a scrivere, non ne avevi più voglia, troppo dolore. Quasi subito sei entrata in ospedale, siamo venuti a trovarti. Con forza ci hai fatto festa ma, si vedeva che ti eri abbandonata, che non lottavi più, non avevi più la speranza. Facevi finta per quelli che ti erano vicino. Anche senza di te il gruppo andrà avanti, anche perchè è cresciuto tantissimo in consapevolezza. Tutti hanno capito cosa vuol dire valore umano, quale sia la forza che si sprigiona da noi uomini se mettiamo in gioco tutto il nostro cuore in quello che facciamo. L’amore tutto crede, tutto spera, tutto perdona! Chi potrà dirci, d’ora in avanti, che sono solo delle belle parole? Aldilà della propria fede, questo è il fondamento del mondo, del mondo giusto in cui crediamo, di solidarietà, d’amore e d’aiuto verso il prossimo. Ora sono io a dirti, Grazie di averci donato la tua vita Angy!
13 - Rifugio Payer
E per la prima volta siamo assieme qui Cri, nel paradiso della Val Venosta. Oggi giriamo il lago di Resia con Nico e Paolo. Il battello ci porta attorno al campanile sommerso in mezzo al lago. Che sensazione pensare che lì sotto c’è ancora un paese, che una volta era animato da persone, ed ora è lì sotto a una decina di metri d’acqua. Ha dovuto soccombere alla civiltà che chiede sempre più energia per funzionare. L’aria è frizzante, sullo sfondo le cime più alte innevate: “Guarda, là c’è un punto dove c’è il confine tra tre nazioni. E di qua c’è la sorgente dell’Adige che alimenta il lago e poi corre fino al nostro mare. Mentre, di là della sponda, comincia la discesa e l’acqua corre verso il Danubio e il mar Nero.” L’ho sempre detto che non vorrei dare disturbo a nessuno quando sarà la mia ora ma, qualora fosse possibile, le mie ceneri vorrei venissero sparse nel colmo di un posto così. Da una parte andrei verso l’Adriatico e dall’altra verso il mar Nero. Questo è uno di quei posti, anche se la mia mente va molto più verso forcella Toblin al rifugio Locatelli, oppure al Rifugio Pian di Cengia.
Non possiamo chiedere a Paolo e Nico di fare quello che abbiamo o meglio, che ho in mente di fare domani. Ma tu non dici mai di no, io penso e tu avanti! Se vado alla mente a circa un anno fa, quando facevamo le prime passeggiate assieme, di al massimo un paio di chilometri, vedo i tuoi lunedì con le gambe e i glutei distrutti, la carne greve ti avvolgeva. E sì, Cri, il tuo fisico è sicuramente atletico e si vede, e oltremodo sei anche di origine montanara! Ma non hai mai camminato, come non avevi mai corso e adesso fai anche quello. Sicuramente sei in formissima e ti voglio proprio portare là in cima!
Come tante volte, partiamo da soli, in fin dei conti siamo morosi, e lasciamo la compagnia, di quasi 30 persone, ai loro tour, solitamente guidati da Giampaolo e accuratamente preparati alla sera. Facciamo colazione presto e via in macchina verso Solda. Seggiovia dell’orso e ci incamminiamo. Attraversiamo la morena, dove cerco di individuare dove si cammina sopra il ghiacciaio ma, non c’è più, il fronte si è ritirato almeno di una cinquantina di metri in 3 anni. Prima si camminava sopra un manto nero di sassi e sotto si vedeva il ghiaccio. Nelle ore più calde, si scorgeva l’acqua che passava attorno alle pietre. Superiamo il Tabaretta e ci addentriamo per la serpentina che sale alla forcella dell’orso. Quando vi giungiamo, la vista spazia sui ghiacciai dell’Ortles, la sua cima, e sul Passo dello Stelvio. Bisognerebbe togliere il sonoro a questo documentario. Purtroppo, si sentono i rumori dei motori lontani, che salgono verso il passo. L’enorme anfiteatro di ghiaie e ghiaccio, consente alle onde sonore di espandersi, dovendo mettere il cervello in funzione “rumore bianco” per non sentire.
E qui inizia il bello! Bello sì, ma per te! Io ero preoccupato per questo tratto del percorso, ero preoccupato per te. Ma a te non fa un baffo! Il sentiero è stretto e in alcuni tratti, ci si deve attaccare alle corde di metallo e camminare su un sentiero che è largo mezza suola. Sotto anche se non proprio strapiombo, un centinaio di metri , forse anche più. Sul ponticello che attraversa una piccola gola ti metti a suonare la campana, ti vedo raggiante, forse non pensavi neanche tu ti piacesse così tanto. Io comunque resto timoroso, e tu mi prendi in giro. Ti sporgi, in sicurezza, ridendo ma, a me diventa ancora più liquida di quello che è già! Superiamo il tratto “bello” giungendo ad una finestra naturale dalla quale, sporgendosi, sotto di 500 metri, si vede l’altro rifugio. E finalmente il rifugio con sullo sfondo il ghiacciaio imponente. Siamo oltre i 3000 metri, al rifugio Payer. Mi rilasso, il pericolo è passato, o meglio la mia tensione si è allentata e tu mi dici: “Tutto qua? Mi aspettavo qualcosa di più!”.
Un bel minestrone , di quelli dove puoi piantare il cucchiaio e lo mangi anche tu che odi i fagioli. Sul terrazzo, è come essere in volo e sogniamo di agganciare uno degli uccelli, che volteggia ad altezza del rifugio. Quante volte abbiamo fatto questa visualizzazione il mercoledì: “Un’aquila volteggia vicino a te, raggiungila, salici sopra, innalzati e guarda il mondo da lassù. Volteggia, librati, abbandonati, osserva!” A volte bisogna lottare con le vertigini ma, se ci si riesce è un’esperienza straordinaria.
Stiamo ritornando verso la seggiovia. Ti accorgi di qualcosa che si muove in mezzo ad un grande cono di sassi. Un uccellino? Guardinghi, macchina fotografica pronta, ci avviciniamo. Ma è un ermellino! Il suo manto è fulvo con il petto bianco, occhi da spiritello che ti osservano, ti giudicano come essere vivente. Ci lascia avvicinare. Continua entrare e uscire dalle varie entrate della tana, ma non ha paura. Non ci sta sfidando, quasi , quasi sembra gli faccia piacere questa vicinanza. Un regalo della natura! Controlliamo l’ora, sfruttiamo tutto il tempo che abbiamo per fotografarlo poi, via di corsa verso la seggiovia, ultima corsa, felici!
Il calore dell’hotel e delle persone che lo curano con così tanto amore, rappresenta una gioia di questa vacanza. Helga ed Helmut sono delle care persone, giovani e ora con un piccolo da crescere, Janich. Occupiamo quasi tutto l’albergo con la nostra compagnia, e salvo qualche piccola interruzione, è dal 1990 che componenti del gruppo alloggiano qui. Michele era in fasce la prima volta e Martina aveva 5 anni. Ricordi di cacce fotografiche a marmotte e aquile con Carlo, memorabili discorsi alle nuvole sul terrazzo di Giulio, Martina e Francesca, solo per far vedere che il cannocchiale del proprio papà era più bello, bello, bello!
Adesso fai parte anche tu, senza difficoltà, di questo gruppo. Facciamone tesoro come di tante altre occasioni e opportunità che ci sta offrendo la vita. Abbiamo imparato che non esiste il negativo, esiste solo la nostra reazione. Siamo padroni della nostra mente e non possiamo lasciare che ci domini. Come dice Gabriele, il mondo è uno specchio e ci ritorna la nostra immagine. Se vediamo cattiveria nel mondo, se vediamo solo il male, che tutto va a rotoli, che le persone che ci circondano non sogno degne di essere prese in considerazione, perchè sono poco istruite, grezze o per chissà per quanti altri difetti, stop! Fermiamoci, il mondo è il mio specchio. Siamo noi che ci stiamo specchiando. Impostiamo il nostro specchio sul bello, sul buono, sul vero. Circondiamoci di bellezza in ogni caso, di bontà in ogni caso, di verità (nel senso che nessuno la conosce, pertanto ognuno interpreta distorcendola).
14 - Arrivederci!
Siamo vicini a Natale e sto preparando le varie lettere per i figli e gli amici, mi piace concludere l’anno con un bilancio, con dei propositi, con uno scritto che metta in evidenza anche i progressi fatti nella via della rinascita.
Agli amici sto inviando questo ricordo di Angy, così importante per il nostro gruppo del mercoledì, la sua presenza ha segnato il nostro percorso personale e di gruppo.
“Cara Angela, so che anche tu leggerai questa lettera e chissà quali lettere ci invierai da lassù e speriamo di capire i segnali che ci darai. Come dobbiamo interpretare la continua fioritura del ciclamino che ci hai regalato la prima volta che abbiamo fatto l’incontro del mercoledì nella nuova casa? Non ha mai smesso di avere fiori da più di un anno. Lo vedi adesso, 33 boccioli pronti ad aprirsi, non so se ce ne siano altri ciclamini così in giro. E’ sempre lì sul tavolo, con la gran luce della vetrata, ma al mercoledì, lo mettiamo in mezzo al cerchio, quel cerchio con il quale ti abbiamo passato tutta la nostra energia per aiutarti a lottare. Ricordiamo l’ultima volta che sei passata da noi, in cui ci hai raccontato che ti sentivi Gesù vicino e che eri serena. Sapevi quello che dovevi affrontare ma, quella presenza ti ha dato la forza per arrivare alla Luce. Ci speravamo nella tua guarigione, ma la tua morte non è stata una sconfitta per noi. Abbiamo capito cosa vale il gruppo, quale forza possa trasmettere, indipendentemente dal risultato fisico terreno, il risultato è stato aver un po’ contribuito alla tua serenità, a trasmetterti quel calore umano, quella vicinanza che forse chi ha la scienza come professione non è riuscito a darti. Un po’ di speranza costa poco ma, fa tanto bene. Non potremo mai scordare il tuo sorriso e la tua dolcezza, e speriamo che questa lettera ti faccia sorridere anche dove sei ora.”
Ai miei figli. Il compito più difficile e far capire che ci sono, che sono loro il dono più importante della vita. Le difficoltà e le assenze che hanno dovuto affrontare in questi 4 anni, li hanno sicuramente fortificati ma, penso che debbano sapere, anche per scritto, in quanto rimane, quanto il loro papà li stimi e li appoggi nelle loro scelte di vita.
“Ai miei ragazzi. Cari Martina e Michele, mi sembra che la vita stia prendendo un suo corso. Vedo il vostro impegno nelle varie attività, tu Martina, con il tuo lavoro estivo, mi hai dato veramente una mano a portare avanti questa nostra “piccola barchetta”. Le tue foto, anche se ne ho viste poche, sono bellissime e sono sicuro che, con la nuova macchina fotografica, riuscirai ad avere i risultati che ti prefiggi. Mi spiace per delle responsabilità che hai dovuto prenderti ma per le quali, purtroppo, non posso sostituirti, devi prendere il tuo ruolo di figlia maggiore e portarlo avanti. Sono certo che saprai prenderti carico anche di questo con l’impegno e la forza di sempre. Magari mettici la grinta che ci metti, qualche volta, verso di me e vedrai che le difficoltà della vita e del Kich-boxing si superano. Comunque io ci sono sempre e, quello che potrò fare per aiutarti lo farò.
Michele, per te è stato un anno importantissimo. Ti sei guadagnato la soddisfazione della maturità con il voto più alto. Eri partito svantaggiato rispetto ad altri tuoi compagni ma, hai fatto una prova superba. Ho visto il tuo impegno “incredibile”. Mi ricordo la telefonata del 100. La tua soddisfazione era quasi impercettibile e ti ho detto di gridarlo, perché sono cose che succedono solo una volta nella vita e che qualche volta c’è anche la necessità di esplodere per la gioia. Mi piace discutere con voi sulla visione della vita, che spero l’abbiate positiva tutti e due. Si è quello che si pensa, la vita è quello che si pensa di lei. Non sono le difficoltà della vita a rendere le persone infelici, ma, è quello che loro pensano della vita e di conseguenza di sé stessi. Non di rado, sono le persone che hanno poco o niente a essere felici e non chi ha molto. L’attaccamento alle cose e alle persone crea infelicità. L’amore è il contrario dell’attaccamento, l’amore rende liberi, l’amore eleva l’altro e cerca la sua felicità. Vi auguro di vivere l’amore liberante, l’amore che eleva e non l’attaccamento, la gelosia, la paura dell’altro e non parlo della paura fisica, ma della paura psichica del perderlo. Tutto questo sarebbe lontano dal poter essere chiamato amore. Non è un pistolotto da libri letti , ma un augurio da vita vissuta.
Ragazzi miei, siete quello che ogni genitore vorrebbe fossero i propri figli e sono fiero di voi, indipendentemente da quello che avrete e da quello che farete ma per quello che siete. Buon Natale e che l’amore vi liberi. Con infinito amore. Papà.”
. . . . . . . . . . . . . .
Sono passati quattro giorni da Natale, quel tragico Natale! Siamo qui a dirti arrivederci. E’ pieno di gente che è venuta a salutarti, per stare vicino alla tua famiglia, ai tuoi figli! La chiesa strapiena non può contenerli tutti. Non voglio pensare al cosa ci è successo, non sono ancora in grado di elaborare, so qual è il mio compito, rimanere ancora più vicino ai ragazzi. Dovremo elaborare tante cose, forse non parleremo per tanti anni di questi fatti dolorosi, non sarà facile vivere senza di te, senza la tua presenza, il tuo volto. Sappiamo tutti e tre che la tua bellezza ci ammaliava, loro perchè eri la loro mamma, io perchè eri la persona che avevo scelto per la vita.
So che occuperai molte delle mie notti, dapprima notti arrabbiate, poi sempre più dolci ma, sarai sempre irraggiungibile. E quando starò per raggiungerti, nel sogno mi ricorderò che non può essere, non posso raggiungerti, neanche nei sogni, quando me ne sono andato è stato per sempre, vale anche per i sogni! Però confido ancora nel tuo sorriso, che è il lampo che raggiunge il cuore, imprimendolo.
L’ultima volta che ti ho incontrato, io stavo correndo, e tu passavi in auto per la stessa strada. Mi hai visto, hai sorriso, hai fatto un cenno di saluto con la mano. Non me lo sarei mai aspettato, non l’avevi mai fatto. Forse l’ho interpretato io così, ma mi fa bene pensarlo. Era il tuo ultimo saluto, forse lo sapevi. Il mio ultimo tuffo al cuore vedendo la tua auto, e poi vedere te. Da adesso saranno solo tuffi al cuore e al cervello, prima di non vederti, prima di mettere a fuoco la tua assenza.
Teresa dal Brasile, qualche tempo fa, mi ha scritto: “un giorno la ringrazierai”. Non sarei stato quello che sento di essere e quello che voglio diventare se non avessi incontrato queste difficoltà per strada, se la vita non mi avesse dato queste opportunità, se non mi avesse messo sulla mia strada le persone giuste e quelle che pensavo sbagliate. Tutto ha un senso, tutto ha una logica, l’importante è prendere quello che ti viene offerto, non rifiutare. Non lasciarsi andare, vedere i fatti della vita come occasioni da cui trarre esperienza, siano essi di malattia, di dolore, di disagio, di gioia, d’amore. Io sono fortunato e sono ancora qui e non posso buttar via quello che di più prezioso gli altri avevano, senza magari rendersene conto, forse qualcuno l’ha sprecato ma, mi rendo che l’hanno donato, anche a me, anche loro sulla loro croce. Non lo sprecherò, mi adopererò perchè il mio possa aumentare, unito al vostro, unito al tuo di amore. Grazie a te!
15 - Correre
Tutti i sabati mattina andiamo a Breganze, dalla mamma di Cri, ospite della casa di riposo in piazza. E’ stanca, non riesce più a camminare, ma Cri la porta giù in cortile con la sedia a rotelle. -“Mamma ti porto al sole” -“Grazie, ma a me non occorre il sole, sei tu il mio sole”. Cri aspettava da tanto tempo una frase così da sua mamma, tante durezze, tante incomprensioni, tanti distacchi, tanti vuoti ancora da colmare nelle loro vite. Da quando suo papà non c’era più, la loro vita era cambiata radicalmente, la famiglia si era dissolta. La malattia della mamma aveva fatto sì che, i quattro fratelli trovassero modo di riunirsi alla domenica sera dalla mamma. Il sabato mattina invece, era per Cri e per la sua mamma. Poteva finalmente godere della mamma, anche senza dir nulla, anche se la vedo una cosa praticamente impossibile per lei.
Anche per me il sabato è un godimento. Domenica prossima avrò la mia prima gara con il pettorale e il chip sulle scarpe. Mi sono iscritto alla Stravicenza. La settimana scorsa ho fatto la visita medica per agonismo. Onestamente ero preoccupato per il suo esito. Ho sempre avuto un cuore accelerato, poi mettigli anche l’emozione della visita e siamo a cavallo. E infatti il medico, alla fine della prova, resta lì perplesso che continua a misurare la pressione e auscultarmi il cuore. Gli dico: -“Cuore troppo veloce?” -” Non è il cuore che mi preoccupa, quello può battere, non può andare oltre. Quando non ce la farà più, sarà lei che smetterà di correre e si fermerà, non il cuore! Non si muore per i battiti accelerati. Quello che mi preoccupa è la sua pressione, non scende!” – “Mi lascia riprovare dottore, probabilmente ero preoccupato per i battiti” – ” Se se la sente di rifare tutta la fatica!”. Ripeto la prova di sforzo e il medico : -“Adesso è andata giù immediatamente, come ha fatto?” – ” Ho cambiato modo di respirare e applicato tecniche di rilassamento finchè lei mi dava gli ordini di aumentare i watt. Poi, quando ho terminato, ho visualizzato la mia pressione che, calava immediatamente”. Mi guarda un po’ così, stranito, firma il certificato. Potrò correre.
Tolgo la tuta e comincio il mio giro. Le colline di Breganze sono uno spettacolo anche se, non sono per niente semplici per correre. Prendo verso via Costa, subito in salita e non certo leggera. La primavera sta esplodendo nei prati con i suoi colori e i profumi. I fiori delle ciliegie cominciano a fare capolino, ancora incerte sui rami, alcune piante sono già fiorite. L’esposizione di queste colline è estremamente favorevole. Il respiro è affannoso fino alla Fiamma, poi la pendenza cala, sempre in salita ma, più abbordabile. Le gambe cominciano a girare meglio e arrivo all’incrocio per Salcedo, a destra! E ancora su. Passo per luoghi conosciuti, i boschi di mio papà! Nel senso che lui li frequentava per venire a funghi, o a marroni. E’ qui, che a volte, trovava anche le amanite cesaree, una , due. Riunione di famiglia, da mangiare in religioso raccoglimento, un bocconcino a testa! Era la soddisfazione più grande che potesse avere. Salcedo, qualche tornante ancora in salita e poi la discesa. Luoghi di casa, indubbiamente. La mia famiglia, anticamente abitava su queste colline che scendono verso San Giorgio di Perlena e poi a Breganze. Incrocio via Lavarda, anche se qualcuno l’ha cambiata in Laverda, non finirò mai di dire che non si è mai chiamata Laverda e infatti Marostica continua a chiamare la sua frazione Lavarda. Lavarda è una frazione divisa fra tre comuni, ben strano come caso! Là, quasi in fondo alla valle, c’è la casa antichissima dei miei avi. Mio cugino Sergio, storico, l’ha scovata, negli antichi archivi del catasto austriaco, venduta agli inizi del 1800 e così è anche risalito ai nostri antenati fino al 1500. Di sicuro non eravamo aristocratici, come sicuramente potrebbe farci credere qualche centro di ricerche araldiche; palle per tutti!
In discesa le gambe girano, ma cominciano a farsi sentire. Nel prendere la statale, che proviene da Bassano, si vede Breganze dall’alto e si corre praticamente all’altezza della punta del campanile. Ci si abbassa e il campanile incombe sempre più. Faccio uno scatto, arrivo alla macchina. Respiro a bocca aperta, sono completamente svuotato. Qualcuno dalle finestre mi guarda, non so se con senso di ammirazione o compatimento. Bevo, scarico l’acqua della bottiglia sulla testa. Gli occhi bruciano per il sale che l’acqua toglie dal mio viso. Mi cambio, mi metto al sole, chiudo gli occhi, il nulla.
Campo Marzo. Sono agitato, cerco di controllarmi. A 57 anni farò la mia prima gara. Mi danno il mio pettorale, 64. Partirò davanti, con i primi 800, con quelli forti, ma veramente forti, dietro gli altri 9.000. Mi passeranno, mi daranno la polvere ma, ci sono. La giornata di oggi è il frutto dell’impegno, del crederci. Viale Dalmazia è strapiena. Chi vuole correre, altri solo per una passeggiata veloce in compagnia. Pronti! Via! Ci si accalca, spintoni, scarpe che saltano via dai talloni. Vai calmo, parti piano, non ti far prendere dalla foga! Le gambe girano, anche troppo, ho paura di andare fuori giri. Vicenza senza auto è stupenda, la conosco bene ma, questa lunghissima fila di persone e quelle che incitano ai lati, sono uno spettacolo imperdibile. So che troverò tanti amici per strada. Ecco Fiorenzo, che mi punta addosso il suo obbiettivo in piazza dei Signori. Al ponte Novo trovo Andrea, che fa servizio per la corsa, agita la sua bandiera al mio passaggio incoraggiandomi. Corro, corro, corro, mi sento bene e spingo. Arriviamo sul vialone di Campo Marzo, ne ho ancora e supero almeno un decina di persone che non ce la fanno più. Il tempo mi lascia sbalordito, ero andato forte anche in allenamento ma, su distanze più brevi, non su 10 km. Sono estremamente soddisfatto di me, il cronometro non aveva ancora superato i 48 minuti. Potevo godermi quei personali momenti di gloria, passeggiando avanti indietro per gli stand del rifornimento. Sì ho fatto di più di quello che mi ero prefissato nella mente, bravo Paolo!
16 - Una sola voce
A Breganze ormai siamo di casa. Con la bella stagione, quando Cri esce da sua mamma, ci facciamo anche qualche giro in piazza, ci prendiamo un analcolico con la frutta al sole. E’ più familiare l’aria, meno distaccata. Ti senti meno in vetrina che in qualche bar a Vicenza, ti senti quasi di essere in vacanza in qualche località di mezza montagna.
Non sono ancora uscito dal lavoro. Cri mi chiama, e contrariamente al solito, mi chiede di portarla a Breganze. Non è giorno di visita, penso. “La mamma sta male, le hanno messo l’ossigeno, non so come fare, non so se arriverò in tempo”. Corro via da Padova, prendo l’autostrada, e passo da te. Per strada, nessuno ha coraggio di parlare, il silenzio parla per noi.
Entriamo nella stanza. C’è ancora, ci ha aspettato. Cri, le prende la mano, forse la sente, adesso è arrivata, si rilassa , adesso sì, adesso può lasciarsi andare!
Resto attonito con il caffè in mano per Cri, non so cosa fare. E’ la prima volta che mi capita di assistere alla partenza terrena di qualcuno. Non sono affranto, sono addolorato per Cri e per sua mamma. Ma dentro sento un’emozione nuova, mai provata. Dolore, silenzioso rispetto, vorrei dire onore di esser stato presente all’ultimo respiro. Ho capito l’importanza di essere lì in quel momento, terribile, terrifico agli occhi di molti. La morte spaventa, terrorizza ma, come tutte le cose che non si conoscono, perchè si è ignoranti. Tutti sappiamo che dovremo sperimentarla, una volta sola ma, tranquilli non sbaglieremo nulla, saremo sicuramente promossi, anche senza aver studiato.
Facciamo tardi con i fratelli di Cri, in cortile, vicino alla cella mortuaria. Dapprima qualche lacrima, poi i ricordi vanno e anche i sorrisi. Ci si dimentica dei lati dolorosi e si cerca nei ricordi buffi, allegri, felici, anche se pochi. Alla proposta di non fare un servizio religioso, Cri interviene dicendo che lei ha bisogno che la mamma riceva un saluto religioso, anche se lei non era una persona convinta, “serve a me”! Nessuna obiezione, anzi, probabilmente qualcuno si sente alleggerito dalla decisa risposta di Cri.
Sono qui in chiesa, don Claudio ha acconsentito a celebrare Messa anche se non era parrocchiana. Dovrò cantare e suonare da solo, forse viene Patrizia, mi sentirei più forte. In chiesa poca gente, qui non è conosciuta. Quasi tutti poco avvezzi alla liturgia. Io e Cri abbiamo scelto le letture, Inno alla carità e le Beatitudini, quali letture meglio possono incarnare la vita di sacrifici, contraddizioni, umiliazioni della mamma di Cri?
Arriva Patrizia, giusto in tempo. Intono il primo canto. Mezza strofa e vedo movimento intorno a me. Ecco Sandro, Betty, Monica, ad uno ad uno, alla spicciolata, arrivano tutti quelli del coro. L’emozione è enorme. Vorrei piangere. Non siamo solo un coro. I canti, anche se non provati, sono perfetti, avvertiamo tutti che, siamo una quindicina, cantiamo a due, tre voci, ma la voce è una sola, il cuore che batte è uno solo. Armonia, dolcezza, soavità. Per chi crede e per chi non crede, il canto sale alto e forte, non siamo capaci di mezze misure. E poi non sono canti tristi ma, di gioia ed è il regalo alla vita della mamma di Cri.
Termina la cerimonia, don Claudio ci dice: “Non conoscevo nulla di questa donna, solo quelle poche parole, alcune terribili, che mi avete raccontato della sua vita, ma oggi mi sono commosso e avrei pianto”. I parenti sono ancora lì, fermi, immobili ai loro posti. La bara esce e nessuno la segue. Dopo un po’, increduli domandano se è finito :”Sarei rimasto qui ore! Mi sento così bene!”. “Grazie, avevate ragione, ha fatto bene anche a me, non pensavo!”
Qualcuno si ricorda che fuori c’è la bara. Il carro funebre se n’è già andato verso il luogo di cremazione. “Si stava troppo bene lì dentro!”
La parola Coro richiama le figure del cerchio, dell’unità, del respirare tutti nello stesso momento, del battito dei cuori che tengono lo stesso ritmo. Vi vedo lì schierati, chi con la chitarra in mano, chi con i libretti dei canti. I sorrisi che sempre accompagnano la chiusura del canto finale, la gioia e a volte gli applausi. Vogliono dire ci siamo, ci vogliamo bene, vi vogliamo bene, non a parole ma, arrivando perchè servo, anche sul filo di lana, perchè lo voglio e mi fa piacere, non perchè devo!
Una sola voce, un solo cuore.
17 - La cascata
In questo posto ci sono stato parecchi anni fa ma, non ho potuto goderne come avrei voluto. A Fumane ci sono delle cascate ma, allora non le avevamo viste, forse i ragazzi erano svogliati, o forse tante, tante altre cose. Arriviamo, e vediamo subito che, dalla difficoltà nel trovare un parcheggio, avremo parecchia compagnia. Ci avviamo, dopo aver preso i biglietti, sulla stradina che porta all’ingresso del parco delle cascate. Circondati da ciliegi in fiore, camminiamo in discesa, dobbiamo fermarci siamo in coda. La mia indole, insofferente verso le code, mi fa scalpitare. Faccio finta di essere sereno. Nella mia mente già si accavallano pensieri non certo onorevoli per qualcuno che canta in un coro di chiesa.
Oltrepassiamo il cancello e notiamo che, una buona metà delle persone, è ferma al bar, e sembrano poco intenzionati a proseguire. Altri tentano la discesa ma, man mano che proseguono, capiscono che la discesa sarà lunga e, dando uno sguardo alla mappa dei percorsi, intuiscono che il tutto non è così breve e il ritorno sarà sempre per questa rampa, e sarà estremamente ardua. Su questo, io e Cri, non abbiamo problema, superato l’assembramento, si comincia a ragionare e scendere bene, non in solitudine ma, come in tanti sentieri di montagna di domenica.
Scendendo si ode fragore di acqua proveniente da più direzioni. Incontriamo ponti e sentieri che risalgono piccoli canyon fino ad arrivare al salto d’acqua. Nei passaggi ravvicinati, l’acqua della cascata ci schizza e tutto questo fa aumentare la nostra felicità. Arriviamo nel fondo di una valletta e siamo praticamente, nel catino in cui la cascata svuota la sua acqua, con tutta la forza che ha. Una famigliola sta giocando con i piccoli che, si dondolano all’interno di uno pneumatico appeso con una corda ad un ramo di un albero a fianco della cascata. Quando, nell’oscillare, venivano spinti verso la cascata, passavano vicino alla nuvola di goccioline che la coronavano. Grida di gioiosa paura dei bambini, divertimento e compiacimento da parte dei genitori.
In quel momento, terminano i loro giochi e ci lasciano il posto. Facciamo un giro anche noi: “Non spingermi troppo, che sono andata dalla parrucchiera”. Meglio evitare di fare scherzi, i capelli di una donna sono sacri!
Ci accorgiamo che siamo rimasti soli, a parte il rumore della cascata, non si avverte nessun disturbo esterno. Anche a vista notiamo che non c’è persona nelle vicinanze. Cri propone: “Perchè non facciamo meditazione? Mi piacerebbe qui sotto la cascata”. Cerchiamo un posto consono e lo troviamo sotto una pietra proprio a fianco della cascata. Facciamo attenzione a non calpestare le tante orchidee presenti su questo fondo valle. Sono tutte di un tipo particolare, completamente verdi, anche nei fiori e crescono nei boschi molto umidi e vicino ai ruscelli.
Come sempre, ci sediamo, incrociamo le gambe, e io comincio la serie di visualizzazioni della mia meditazione guidata. Ti faccio passare tutti i tuoi muscoli, dal viso alle gambe, indicandoti di rilassarli. Cerco di avere la voce calma e rilassata, senza fretta e con quel volume che serve perchè tu mi possa sentire appena sopra il rumore della cascata. Ti porto giù per la scala a chiocciola, giù in fondo, dove si trova la tua stanza. Ti invito ad uscire dal tuo corpo e andare sotto la cascata, risalirla al suo fianco e fino in cima. “Mettiti sul bordo della cascata. Guarda l’acqua del torrente che arriva fino alla cascata. Entra anche tu nell’acqua, sei una goccia d’acqua, sei nel torrente. Arrivi sul colmo della cascata e prosegui il tuo volo nel vuoto, ma sei una goccia d’acqua non fa paura. Arrivi dentro la pozza, vai in profondità e seguendo la forza di tutte le gocce d’acqua messe assieme, risali verso la superficie, ti allarghi verso il bordo della pozza, sei più calma, puoi guardare la cascata dal basso verso l’alto, vedi la cascata che piano piano si allontana, prosegui in mezzo al bosco e il sole ti sfiora quando si crea un pertugio in mezzo alle foglie del bosco….. adesso rimani in silenzio, la mente ha fatto quello che hai desiderato, ora con dolcezza , le ordini di fermarsi, di non pensare, sempre con dolcezza, con dolcezza.”
Questo è il momento in cui anch’io posso entrare in consapevolezza. Fintantoché faccio la guidata, devo prestare attenzione e concentrarmi su ciò che desidero far provare, o su qual è lo scopo della meditazione del giorno. Se ho davanti qualcuno che sta male, non posso proporgli certi tipi di meditazioni, potrei metterlo in agitazione. Se ho davanti l’amata, voglio farle provare ebbrezze infinite.
La cascata ormai è un “rumore bianco”, è come delle campane tibetane, aiuta ad arrivare alla profondità. Posso immaginarmi anch’io il tuffo dell’acqua e poi entrare nel silenzio della mente, in un consapevole buio assoluto. La mente è ferma, non ho alcun desiderio di pensare, non è uno sforzo, è un sommo piacere, mi sento fortemente presente! Mi sento svuotato e pronto per nuove esperienze, sento che la felicità aumenta, quanto il mio amore per tutto e tutti. Auguro a tutti di sentire questo dentro la propria mente.
Chi ha fatto corsi di vario genere, esperienze mistiche, si ricorderà la felicità che si prova nel mentre o subito dopo la fine di queste esperienze. Però, se non si continua, si perde questa felicità. A mio modesto parere, e so che potrei essere smentito, la mente viene conformata da ciò che propone il corso, che indubbiamente si pone come scopo la felicità, ma per far questo, passa per un bombardamento al cervello con forme che possano richiamare la felicità. La meditazione non fa nulla di tutto ciò. Passa attraverso la pulizia completa del cervello, il completo reset. Quando termino di meditare sono svuotato, non assorbo nulla, sono nello stato naturale del bambino. Pertanto vuoto, naturalmente felice, come lo sono i bambini e ora posso mettere dentro quello che desidero.
Schiocco le dita, è ora di tornare alla realtà. Cri apre gli occhi, che sono più luminosi del solito: “Grazie amore!” Mi dà un bacio! Arriva altra gente, ci guardano, abbozzano un sorriso tra il compiaciuto e lo stupito: ” Ma guarda questi nonni!”
18 - La conquista.
C’è una cosa per me importante quando arrivo in una nuova città, un nuovo stato, fare una corsa. E’ la mia conquista amorosa verso la città dove arrivo per la prima volta. Da questa corsa dipende molto se una città mi entra nell’anima o meno.
Siamo a Budapest, e già da questa sera, arrivando e affacciandomi dalla finestra dell’hotel, lo spettacolo mi emoziona. Senza saperlo, tiro la tenda e sono sopra il Danubio. Sull’altra sponda, proprio in fronte, il magnifico Palazzo del parlamento, tutto illuminato, che si specchia sull’acqua. Mi accorgo che, sarebbe opportuno chiudessi la mia bocca che è rimasta spalancata.
Già qui, mi parte la voglia di arrivare a mattina per passare davanti a quel monumento. Prima di addormentarmi, un’occhiata alle cartine turistiche, per pensare al percorso, anche se a dire il vero, tante volte, vado a caso e a seconda se, la strada mi piace o meno, decido se dritto, sinistra o destra. Raggiunti i 5 km o la mezzora, faccio ritorno e allora arriva in soccorso il senso di orientamento se decido di seguire una strada diversa, oppure la memoria, se devo ritrovare i punti di passaggio all’andata.
Mi sveglio non appena comincia albeggiare, per me è sempre difficile dormire di più se non ci sono i balconi. Mi vesto, tentando di non far rumore per non svegliare Cri. Lei fa finta di dormire e appeno accenno ad uscire dalla stanza: ” Buongiorno. Buona corsa amore! Però un bacio…..”
Via al cronometro! Mi dirigo verso nord seguendo il fiume, ho visto che sul primo ponte, al centro del ponte, c’è l’accesso ad un’isola. Nonostante non sia ancora l’alba, c’è traffico, soprattutto di studenti che attendono alle fermate dei tram e degli autobus. Infatti c’è anche una stazione ferroviaria proprio sotto il ponte. Attraverso i vari sottopassaggi della stazione, riesco, non senza fatica, ad arrivare dall’altra parte del ponte e risalirlo. Un centinaio di metri ed esco dal caos. Al centro del ponte prendo l’entrata per l’isola e il parco.
Un paradiso per chiunque voglia entrarci e soprattutto per gli sportivi. Un anello completo in tartan che costeggia tutta l’isola, 5 chilometri e mezzo di striscia rossa, che ti fa correre mettendoti le ali ai piedi. Corro a pochi metri dal Danubio. Le navi da crociera sul fiume cominciano a prendere vita, i turisti mattinieri si preparano per la colazione. In mezz’ora incontro 4 o 5 altri runners. Passo attraverso siti archeologici, lo zoo, un giardino con innumerevoli varietà di rose, un grande teatro all’aperto, fontane che zampillano a tempo di musica, innumerevoli impianti sportivi come campi da calcio, da tennis, piscine. Un paradiso questa isola Margherita.
Ritorno al ponte e mi dirigo verso l’altra sponda. Passo sotto il Parlamento, è imponente e molto lungo, anche se visto di notte illuminato fa tutto un altro effetto. Vedo dall’altra sponda il mio punto di arrivo. Corro appresso al tram n. 2, che sferraglia facendo le curve della piazza del parlamento. E’ un tram vecchio stile, di colore giallo. La conducente mi sorride accelerando. Mi dirigo verso il Ponte delle catene. E’ un vecchio ponte in ferro costruito a metà del 1800. Più mi avvicino e più mi sembra di essere nello spot della gomma del ponte! Non mi so trattenere. Appena salgo sopra, parto con l’urlo di Immigrant song! In quel preciso momento, facendo la rampa di accesso, incrocio un signore, più anziano di me, che corre con una maglietta con sopra scritto “Berlin marathon”. Si mette a ridere, saluta e approva alzando il pollice.
Mangiamo con Andrea e Manuela. Se bazzichi sui social, gli amici ti beccano subito. Propongo l’indomani una corsa su per le rampe che portano al castello di Buda, passando per i Bastioni dei pescatori. Mi sembra di aver intuito che Andrea avesse altro da fare! Sì, questa città mi piace, è ben da correre. Il paesaggio ti appaga, puoi sempre correre protetto e restare anche in mezzo alla natura.
Questo è il mio saluto a Budapest, il mio modo di dire sono arrivato, come intendo incontrare una città, correndo, facendo sì che la sua aria mi entri con respiri profondi dentro, fino in fondo. Scarico l’aria che mi porto da casa, riempio in profondità i miei polmoni con questa aria diversa. Il mio sangue assorbe solo ossigeno di questa città, depurando le scorie presenti, nei polmoni, nel sangue, nella mente. Così sento che potrò capire meglio l’anima di questo luogo, di questa gente, di questa nazione!
19 - Respiro con te
Domenica d’autunno, piove. L’ora solare ci lascia poco tempo prima che, verso le 17, cominci a far buio. Poi se piove, l’oscurità incombe molto prima. A me piace passeggiare la domenica pomeriggio, in primavera a prendere erbette, per farci la cena la sera. In autunno, funghi! Ne troviamo anche con il gelo, nei posti che conosciamo io e te, e sono i migliori. Elia diventa matto per il pasticcio con i geotropa! Non andiamo in montagna, un posto qui vicino, segreto, tramandato da mio papà, la sua eredità.
Tre, quattro punti dove guardare, tutti con un nome di riconoscimento in famiglia: “da drio el monumento”, “xo da ti”, “drio la porta del campo da calcio”. Parole in codice, per non farsi capire. Purtroppo, in uno di questi posti, c’è qualcuno che, a volte, mi precede. E sono patetico quando guardo il taglio operato dal coltello e immagino quanto grande potesse essere stato quel fungo con un gambo di quel diametro! Penso all’altro cercatore, alla sua ascendenza!
La pioggia ha tenuto lontano gli estranei. La borsa è pesante, saranno 4 chili. Siamo fradici. Sbattiamo gli ombrelli, ci tuffiamo in macchina chiudendo velocemente le portiere. Con contorsionismi estremi, riusciamo a togliere gli scarponi e e le mantelle. Siamo bagnati anche sotto. La soddisfazione è pari all’umidità che abbiamo addosso. Altro che Arbre magic! La macchina profuma di bosco e funghi. Il condizionatore dell’auto fatica a tenere disappannati i vetri. “Quando arriviamo ci vuole un bell’idromassaggio”
La vasca è piccola anche per uno. Prima entra Cri. Io entro e mi metto dalla parte del tappo, e le metto i piedi sulle spalle. Non è che ci voglia tanta acqua per riempire la vasca, di volume ne facciamo un bel po’! Buttiamo i sali, quelli che mi ha regalato lei, con i cuoricini e i petali che restano sospesi nell’acqua. Con Cri mi sono abituato anche ai cuoricini, cose per me inaudite tempo fa!
Le bolle partono e cominciano il loro solletico. Non parlo, Cri non parla. Gli occhi si chiudono e rimaniamo immobili per tutto il tempo, con i petali e i cuoricini che fanno la spola tra me e lei avvolti nelle bolle.
Poi sotto le coperte abbracciati. So come piace a Cri, soprattutto quando mi dice: “Respiriamo?” La abbraccio, e la stringo. Lei inspira, mentre io espiro, prendiamo il ritmo. Sento il suo corpo che si contrae, mentre io espando il mio. Lentamente, faccio uscire la mia aria, e lei riempie i suoi polmoni. Avverto il movimento dei due corpi, come onde, che si alzano sul mare. Lo stesso gioco che esse fanno con l’aria, si innalzano per incontrarla, poi l’aria spinge giù l’onda per farla ritrarre. Devo concentrarmi su Cri, sentire il suo corpo, le sue esigenze, siamo fatti in modo diverso ma, devo adattare il mio andare sul suo, non posso trattenere di più di quello che può trattenere lei. Resto attento all’ascoltarla, non penso a me. Siamo due organismi sincroni. Sento la vicinanza molto più che in altri momenti.
Lei si gira, la abbraccio alle spalle, passandole le braccia attorno al corpo. Respiriamo ancora ma, in modo diverso. Mi sincronizzo sul suo respiro, io come lei, stessi momenti di ispirazione ed espirazione. I corpi si muovono insieme. Il mio petto schiaccia la tua schiena nel mentre tu espandi il tuo corpo. Respiriamo qualche minuto intensamente, ti faccio sentire il mio corpo in respiri profondi. Poi, quando il respiro si calma, serve ascoltarsi di più. La mente si cheta, non pensa più. Siamo in sintonia, siamo come un’unico essere vivente. Nessun nirvana da raggiungere, questo è il nirvana. Nessuno scopo, questo è lo scopo.
Qualche attimo così, è il nostro modo di sentirsi coppia. Ovvio ci sono altri momenti intensi, che appagano, che uniscono, che soddisfano. Ma a volte corrono il rischio di essere anche un po’ egoistici. C’è la componente bisogno e soddisfazione del corpo, c’è l’embolo animalesco che reclama la sua parte. Nel respiro no, ci si concentra sull’altro unicamente, faccio ogni cosa in funzione dell’altro. Non ho altro pensiero che lei, nel mentre facciamo la cosa più semplice del mondo, la prima cosa che abbiamo fatto al mondo, una cosa importante a cui diamo poco peso, perchè è gratuito.
Ma in questo momento io respiro Cri, lei respira me.
20 - Il segno
Mercoledì, attorno al tavolo di cristallo, Martina ci parla di una iniziativa del Garden Bidese. Un nuovo modo di coltivazione, ecosistemico, e un'introduzione alla biovitalità degli essere viventi e delle cose. Resto sul chi va là, sono sospettoso su queste iniziative dal sapore fricchettone. Già altre volte, mi sono tirato indietro davanti ad altre proposte fatte durante le riunioni e anche questa volta l'intenzione era tale. Sono anche cosciente che, tutto sommato, avevo perso qualche buona occasione per la mia crescita interiore.
Cri, invece, prende la parola e dice che le farebbe piacere partecipare e si fa dare il numero di telefono per poter aderire. Devo rendermi conto che probabilmente ha ragione lei, dobbiamo sperimentare e sicuramente questa è una buona occasione per provare qualcosa di effettivamente nuovo.
Sabato, siamo in viaggio per Mirabella. Nonostante sia un garden, il luogo è accogliente come i suoi proprietari. Ci illustrano le nuove metodologie di coltivazione in serra, piante bellissime, senza alcun intervento chimico, tutto lasciato alla spontaneità della crescita. E' necessario saper accostare alle piante oggetti, colori, o altro ancora, che abbiano dentro di sè energia biovitale. Gli ortaggi crescono in forma libera, con il risultato di una qualità superiore e un grado di energia che si trasferisce a chi lo assume. Per questo tipo di coltivazione, serve un terreno con un determinato grado di energia, che se non sufficiente, deve essere aumentato con il posizionamento di determinati massi, alberi, o altro, che in natura, hanno rilevato di esserne dotati.
Ora veniamo invitati a percorrere un tracciato che ci porterà ad essere a contatto con piante e oggetti biovitali. Prima di questo però, a ognuno viene misurato il livello di biovitalità; tutti scarsini. Percorriamo sentieri vicino a coltivazioni di verze, e altre coltivazioni tardo autunnali. Sono tutte disposte a caso, non in file ordinate, non sono belle da vedere, ma ci viene assicurato che il metodo funziona così, in natura, le piante non crescono in file ordinate. Saliamo sopra dei massi che, ci assicurano essere pieni di biovitalità, e di essere stati posti lì per aumentare la potenza del terreno sul quale è stato piantato il primo frutteto a ciliegie.
Ed ora il piatto forte, il labirinto. Ad uno ad uno, percorreremo il labirinto che, ci darà una notevole carica energetica e arrivati al centro dovremo esprimere un pensiero di cambiamento, un desiderio, il più possibile riguardante la nostra interiorità e la nostra salute. Tocca a me per primo. - "Togliti le scarpe e i calzini". - "Ma è ghiacciato per terra". - "Non muori, no. Ci vuole il contatto con la madre terra per aumentare la tua energia". Mi tolgo le scarpe e i calzini. I miei piedi, già solitamente ghiacciati di loro, non sentono alcuna differenza di temperatura. Cerco di affrontare seriamente la situazione senza morir dal ridere. Sono serio! Percorro lentamente la spirale di cerchi che mi porta verso il centro. Capisco il significato di quel percorso, sto andando verso il mio centro, ed è quello il pensiero che mi porta fino al punto dove devo fermarmi e riflettere per alcuni istanti. Esco, tolgo il fango dai piedi, mi sento rilassato.
Cri compie il suo giro, la vedo assorta, sorride ma, non a me o a qualcun altro, la vedo in pace, serena anche lei. Ho fatto bene a non frappormi al desiderio di venire qui stamattina. All'uscita del percorso, tutti vengono rimisurati nella loro bioenergia. Chiaramente, altrimenti cosa saremmo venuti qui a fare, tutti presentano un livello più alto. Niente di eclatante per tutti , tranne che per Cri, il suo valore è talmente alto che ne resta sorpreso anche il rilevatore. Non vuole dirmi a cosa ha pensato, è un suo segreto. Torniamo verso casa, non prima di aver comperato, anche come ringraziamento per l'ospitalità, un bel numero di piante di ciclamino che, facevano mostra della loro bellezza nella nuova serra, colorata in modo strano ma, studiato!
Prima di addormentarci, Cri naviga su internet, incrocia un gruppo Facebook che parla di adozione. Una ragazza racconta che, l'indomani avrebbe incontrato la sorella che, non ha mai conosciuto. Cri scrive: "Anch'io avevo una sorella"
Domenica mattina. Il rito della colazione. Io mi alzo prima di Cri e preparo il frullato e il tè, preparo le tovagliette , i biscotti, le fette biscottate. Arriva prima che io finisca di preparare il tutto: - "Paolo, ho una notifica, cosa dici devo crederci?" "Se vuoi la cerchiamo noi tua sorella - Redazione di Così lontani così vicini"
21 - Il viaggio a Roma
Certo che quel post sta facendo arrovellare e pensare Cri, la sua mente è sempre lì su cosa sia giusto fare. Cerco di aiutarla ma, comprendo che è una cosa troppo grande per me, non posso capire tutte le sofferenze che ha passato e le delusioni, non vorrei che anche questa possa essere una profonda delusione. I fratelli non le danno conforto più di tanto, se sarà succederà, solite trasmissioni trash, dicono. Anche io, ma lo tengo per me, non credo molto nella sincerità di queste trasmissioni. Sono dieci anni praticamente, che non guardo la Tv, che cerco di sottrarmi dalla sua influenza negativa, dai condizionamenti che, passano anche nelle trasmissioni più serie e così dette di approfondimento, non ci sto più. Pertanto penso che, questo viaggio che stiamo facendo a Roma, per assistere ad uno spettacolo teatrale dell'amico Luca, possa distrarla e, se del caso, prendere la decisione che le metta in pace il cuore.
Arriviamo col treno che è già tardi. Dopo l'esperienza, con Nico e Paolo di due anni fa, in un bed & breakfast a sorpresa, in cui sentivi le coppie a fianco, diciamo respirare, e alle 6 di mattina le suore, che si affacciavano sul cortiletto interno, suonando l'organo e cantando le lodi, ho deciso, prima di scegliere un hotel, di guardare bene le classifiche dei vari siti di viaggi. E ho fatto bene. Il Velabro soddisfa molto me e anche Cri, pensavo ad una stanza, invece abbiamo a disposizione un appartamento, di certo non ci pesteremo i piedi. La vista è mozzafiato, sull'arco di Giano e sul Palatino, proprio in fronte ai resti delle capanne di Romolo.
Stamattina sono stanco, non voglio fare la solita corsa. Sono di ritorno da un viaggio di lavoro in Romania, e solo il tempo di cambiare la valigia, e ripartire per Roma. Poi, oggi, in programma ci sono i musei Vaticani. Inoltre, raramente prendiamo i mezzi pubblici a Roma, se te la vuoi veramente gustare, devi camminare e oggi, sarà una giornata con parecchi chilometri sicuramente. La temperatura a Roma, per noi del nord e arrivando dalla Romania, è sempre gradevole. Rabbrividiamo solamente quando vediamo i romani tutti incappottati, per noi è una temperatura da maglioncino. Visitiamo i musei Vaticani, abbiamo prenotato e non abbiamo fatto le file chilometriche che, si vedono a volte, partire da piazza san Pietro. Non riusciamo a vedere tutto, troppo grandi. Ad un certo punto le forze mi vengono meno, sono 5 ore che giriamo. Se non mangio svengo. Da bravi turisti, ci facciamo infinocchiare dai ristoranti di fronte ai musei, esperienza da dimenticare ma, tant'era la fame, che è andata bene così.
Domenica mattina, le 7, l'ora giusta per andare a correre. Questa volta Cri non rimane a letto e vuole correre anche lei, sono felice. Farò qualche chilometro in meno, ma sono felice di andare a correre con lei. Scendiamo, il portiere di notte ci guarda stranito. La temperatura è mite, un termometro per strada segna 10 gradi, temperatura ideale per correre. Abbiamo i Kway ma, sappiamo che, tra un po' saranno di troppo. Indico a Cri la direzione. Passiamo sotto la scalinata del Campidoglio, salutiamo il cavallo e anche il cavaliere. Passando davanti all'Altare della Patria, prendiamo per via del Corso. A destra! E qui la magnificenza assoluta! Siamo solo noi due, come del resto fino ad adesso per strada. I romani hanno altri orari, soprattutto di domenica e anche i turisti a quanto sembra. Come facciamo a non fermarci 10 secondi!: "Perdiamo il ritmo, non riusciremo più a ripartire!". "Non si può non fermarci!" Fontana di Trevi, lì tutta per noi, nessun turista, nessun rumore, si ode solo l'acqua, il suo rumore è un richiamo a fermare la corsa. Una emozione e via! Verso il Quirinale e la sua scalinata. Io faccio la scalinata, mentre Cri prosegue verso le scuderie. Canto la canzone di Rocky: "tadada, tadada, tadada, tadada", e quando arrivo in cima, mi giro, con le braccia al cielo, pronto a gridare (sottovoce) "Adrianaaaaa!!" ma, rimango senza fiato. Lo spettacolo del cupolone, visto da qui, è impagabile. Riaggancio Cri, e giù verso i Fori Imperiali, mezzo giro attorno al Colosseo, verso il Circo Massimo contornando il Palatino, passiamo a fianco dell'arco di Giano e arrivo. La soddisfazione è alle stelle: "Ti immagini Cri, un giro dove, a parte qualche netturbino e qualche autobus vuoto, non abbiamo trovato anima viva. Abbiamo visto Roma, come praticamente è impossibile possa essere mai vista, vuota".
Incontriamo Serenella, più di 40 anni che non si vede con Cri. Anche lei era in collegio dalle suore ad Arzignano. Poi lei si è trasferita a Roma e in qualche modo sono riuscite a mantenersi in contatto. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo, lo spettacolo di Luca è saltato, ci dispiace ma, sicuramente il più dispiaciuto è lui, tanto successo a Vicenza con la sua ironia romanesca, ma evidentemente, qui è una cosa molto più normale. Chiaro, questo incontro, in cui si scambiano foto e ricordi di allora, non fa altro che alimentare i dubbi di Cri sul da farsi relativamente a quel post. Quelli della redazione, giovedì le hanno telefonato, concedendole qualche giorno per sciogliere i suoi dubbi. Serenella abita fuori Roma e non sembra molto avvezza a girarla, sembra quasi di essere noi che, portiamo in giro lei, alla scoperta della nostra città. L'Avventino è sicuramente un bel posto, soprattutto il Giardino degli Aranci!
Stamattina Cri è irrequieta. Facciamo colazione e ad un certo punto mi dice: "Tu vai pure sopra, preparati. Io faccio una telefonata". Ho capito che sicuramente ha deciso qualcosa, ma cosa? E poi oggi è festa, probabilmente non troverà nessuno! Deve aver telefonato a pochi chilometri da qui, forse magari pensa che la vicinanza possa anche facilitare un eventuale contatto diretto. Dalla finestra la vedo che passeggia, su è giù vicino all'Arco, a volte si siede sul muretto dell'hotel. Evidentemente ha trovato qualcuno. Sono nervoso anch'io e cerco di immaginare il senso della telefonata dai movimenti e dalle espressioni di Cri, che vedo in lontananza.
Ritorna più serena, tranquillizzata, ci spera e ci crede: " Non me la sentivo più di sentirmi dentro tutte quelle voci, non farlo, sarà destino, e altro. Sono d'accordo con Tizi, se è destino che un giorno la possa rincontrare, forse è questo il momento che il destino mi ha messo davanti, è "l'opportunità" e devo ringraziare di averla e prenderla. Ho trovato un redattore, e gli ho detto di sì. Domani mi telefoneranno per avere tutte le informazioni che potrò dare a loro. E anche non c'è la cosa che preoccupava di più, andare davanti un pubblico, vengono loro a casa mia e questo mi sta bene. Ho precisato che non conosco nulla della trasmissione. Mi ha detto che è sicuramente meglio, non so se per me o per loro, sarà tutta una sorpresa, dicono che la vivrò meglio e mi gusterò ancora di più le emozioni, sempre che riescano a trovarla. Sia quel che sia, devo solo ringraziare per quello che la vita mi sta offrendo"
So che è una cosa che cerca da una vita, che non le dà pace, qualcosa che le è stata strappata; si ricorda di lei tutti i compleanni e lo dice a me, è qualcosa che le manca immensamente; sua sorella!
22 - Viva la Rai!
Oggi è festa per noi. Come tutti gli anni, una o due domeniche prima di Natale, festeggiamo con la mia famiglia e quella di Cri riunite. E’ l’unica occasione in cui i nostri figli s’incontrano, non è una cosa facile, soprattutto perchè sono grandi. Diversi modi di intendere la vita e anche vissuti differenti, insomma mancano punti d’incontro, o manca l’interesse per averli. Quest’anno poi, ci sono due new entry, e non sto parlando di qualche morosa o moroso nuovo, no sono proprio i due nuovi componenti della famiglia, la mia nipotina Agata Paola, e il nipote di Cri, Nathan Brando. Riempiranno sicuramente qualsiasi momento di silenzio. Abbiamo fiducia siano un mezzo che possa portare unità fra i nostri figli. Non c’è nessun problema, questo lo so ma, a volte, mi piacerebbe fossero più uniti ma, è anche utopia, e tutto sommato, è già tanto che ognuno faccia la sua strada senza andare ad intralciare la strada degli altri.
Non possiamo far tardi! Chiediamo a quelli del ristorante se possono velocizzare i piatti, alle 14.30 la troupe della Rai arriva a casa di Cri per le riprese. In quattro giorni sono già qui per le riprese. Tutto ciò c’ha messo un sacco di dubbi e di domande. Come potevano venire a spendere un sacco di soldi, due auto piene di attrezzature e di persone, che rimangono due giorni a Vicenza, e che poi ci diranno per le prossime riprese. Chiaro, siamo increduli e spaesati, anche perchè, i soliti ben informati, ci dicono che in questa trasmissione, anche se la ricerca fallisce, fanno lo stesso vedere le ricerche e che poi ti dicono che non sono riusciti nell’intento di trovare la persona. Pertanto Cri si prepara, hanno dato ordine che, nessuno poteva essere presente in casa al momento delle riprese. Arriva la troupe, comincia a piazzare fari, microfoni, cavalletti. Non vediamo né Albano, né Paola Perego. Quelli della troupe, sono ragazzi simpatici e alla mano ma, sanno perfettamente come tenere Cri sulla corda e sicuramente la corda di Cri è molto tesa! Le riprese di oggi consistono in un’ intervista a Cri. Arrivano anche gli autori, Sara e Fabrizio. Il gioco sta iniziando, dovrò andarmene ma, c’è da recuperare materiale per la trasmissione tra i ricordi di Cri, foto di famiglia e foto attuali. L’unico che può farlo sono io. Dovrò rimanere fermo, in silenzio e immobile in camera di Elia, avrò due porte sbarrate, non potrò minimamente muovermi o fare rumore.
Sono qui da tre ore dietro queste due porte, tento di allungare le orecchie ma, niente, non si sente niente. Provo immaginare che le dicano qualcosa che possa tranquillizzarla, che magari l’abbiano trovata e che saranno tutte scene così impostate con la complicità dei protagonisti. Quando aprono la porta, come quando nei film ammettono il papà al cospetto del nuovo nato, con la madre affranta ma, sistemata e in ordine, così è questo momento per me. Sono timoroso ad avvicinarmi a Cri e vorrei farle delle domande ben precise ma, la guardo negli occhi e lei capisce: ” No, non sanno nulla, fanno le riprese così hanno eventualmente il materiale pronto. Domani dobbiamo fare fotografie in giro per Vicenza.” – “Da soli, o posso venire anch’io?” – ” Può venire anche lei, al limite facciamo qualche ripresa anche con lei” – ” No, grazie, preferirei non comparire, è una storia sua e non c’entro nulla”
Siamo a Monte Berico, ho portato anch’io la macchina fotografica, non posso farmi sfuggire l’occasione. Tu sei in posa e posso scattare foto a raffica. Poi già mi immagino la tua giornata da star. E infatti è evidente che, anche in Piazza dei Signori, tutti guardano questa troupe con questa signora, che viene filmata e alla quale il regista dà ordini. “Ma chi è quella lì” – ” Ma la fanno veder questa sera? Su che canale?” Mi diverto come un matto, faccio parte anch’io di una troupe!
Alle 15 finiscono di girare. Sara dice a Cri di tenersi pronta perchè, potrebbero essere buoni tutti i giorni, per la seconda parte di riprese. Lasciano Cri con tutti i suoi dubbi ma, anche con tante speranze. anche il discorso economico comincia a vacillare, “Buttano via così tanti soldi alla TV? Può essere! Cosa vuoi che sia per due giorni di riprese! E poi mi sembra impossibile che, abbiano potuto trovare una persona in una settimana, con tutti i problemi di privacy e di legislazione che coprono le adozioni!”
Mercoledì, e come al solito sono al lavoro. Alle 10 mi arriva il messaggio di Cri. “Sta arrivando Albano!” – “Hai bisogno di me?” -” Oggi non vogliono proprio nessuno, solo io e basta, devo mandare anche i ragazzi via da casa”. Rimango qui al lavoro ma, la mente è lì con Cristina, le ore non passano mai. Prego perchè non rimanga delusa, che la vita le riservi questa gioia, se lo merita, perchè è stata coraggiosa e tenace e non ha mollato. Nonostante sia emozionabile, ha accettato di parlare davanti alle telecamere. Sa che corre il rischio di inciampare sulle parole, e che, se la notizia fosse quella buona, non sarà in grado di trattenere le lacrime, anche se non ha alcuna intenzione di piangere.
Parto per rientrare a casa. un messaggio: “L’hanno trovata, non sanno ancora quando potrò vederla, forse sabato. Non posso dirlo a nessuno, non potrei dirlo neanche a te. Ho dovuto firmare un patto di silenzio. Nessun accenno sui social, mi raccomando!”
Però tu ti sei concessa un post che ha messo in allarme tutti: “Da oggi la mia vita non sarà più la stessa! 💖” Siamo qui in auto che stiamo andando a Treviso ad incontrare tua sorella. Ti stanno arrivando un sacco di telefonate. “Ti sposi e non ci hai detto niente?” – ” Cosa succede stai male?” – Qualcuna non lo dice ma, si sente sotto sotto che vorrebbero dire: “Non sarai mica incinta, mi sembra tardi per un figlio”. Anche Luca, da Roma, preoccupato ti telefona. E tranquillizzi anche lui, come tutti gli altri: ” Non posso dirvi nulla, ma sappiate che è la cosa che aspettavo da tantissimi anni, e in ogni caso non mi sto sposando. E’ una cosa bella e sarà una grossa sorpresa anche per voi, però non posso dire niente, ancora per qualche giorno!”
Sono qui, in riva ai canali di Treviso. Gironzolo, e fa freddo e neanche mi accorgo di quanto bella sia Treviso, non ho certo in mente le bellezze architettoniche. Faccio la spola dal ponticello in fondo la via, e l’inizio dei portici dove ho dovuto lasciare Cri. Ormai, per quante volte le ho fotografate, potrei dare un nome alle papere del fiume. L’albero con le luminarie, proviamo a fotografare anche quello, che foto da schifo! Faccio ricorso alla mia proverbiale calma interiore, mi siedo sulla spalletta del canale, attendo.
“Ciao amore, siamo uscite adesso, che bella la mia sorellina, ha anche un compagno che si chiama Paolo ed è pelatino come te!!”. Ecco fatte le presentazioni, Tatiana mi ha presentato a Mauro, suo marito. Ci hanno caricato in auto e ci stanno portando dov’è Mauro, ancora più lontano da dove ero io, neanche io potessi incontrarlo e capire che era il marito di Tatiana! Andiamo da Cappe e finalmente , senza telecamere, le tensioni si sciolgono, le risate arrivano, c’è anche Monica l’amica di sempre di Tatiana. -“Ma come ti hanno contattato?” – “Martedì 9, sono rincasata alle 18 e la mia vicina di casa mi corre incontro dicendomi che era tutto il pomeriggio che la Rai mi stava cercando, e mi ha consegnato un biglietto con un numero da richiamare” – ” Incredibile, ho telefonato alla redazione alle 13 di martedì, per dare i dati che conoscevo, al pomeriggio c’era già chi ti aveva trovato. Incredibile”
Guardo i tuoi occhi e vedo la felicità. Ti vedo con i tuoi 12 anni, tutti ancora dentro, non sei invecchiata per niente, sei ancora quella bambina che sfiora l’acqua in posa per la foto di tuo papà. Forse non ci credete, nè una, nè l’altra, che tutto questo possa essere successo. Per Cri è finita l’angoscia, l’attesa, l’impotenza. Per Tatiana, la certezza che c’era veramente qualcuno che la cercava, come ha sempre sentito in cuor suo, che le avrebbe dato la possibilità di recuperare le radici, bene fondamentale di persona. Poi, il resto della banda l’ aspetta a Vicenza.
23 – Mi Riprendo il mio tempo
Sto compiendo un passo importante della mia vita. Lavoro da quando avevo 17 anni e fra poco ne compirò 60. Quasi 43 anni di lavoro e doppi lavori. Ho dedicato tutto al lavoro, forse anche la mia famiglia. Recandomi all’Inps, ho scoperto che non è stata cambiata la norma sulla totalizzazione e io posso rientrarci. Ad agosto maturerò il diritto alla pensione, con 40 anni e 3 mesi, dovrò attendere altri 21 mesi di finestra ma, la mia intenzione è quella di terminare in giugno dell’anno prossimo, in modo graduale.
Devo varcare quella soglia e dirlo a Silvano. Sono giorni che cerco le parole giuste. Sarà la barba, sarà l’età, sarà la posizione che occupa e i tanti ruoli istituzionali che ha ricoperto, sta di fatto che vorrei ci fosse qualcun altro al posto mio. Potrei lavorare ancora altri anni, e guadagnare parecchio. Ma, sento che questi anni di vita mi sono stati regalati, potrei, non essere più qui. Non mi interessa rinunciare ai soldi, sono importanti ma, se la vita mi scappa, cosa ne faccio dei soldi? Penso sia arrivata l’ora di riprendermi il mio tempo, ho sempre voluto viaggiare e non l’ho mai potuto fare. E sicuramente in pensione non mi annoierò. Mi sono costruito interessi, come il viaggiare col corpo ma, anche con la mente, limitatamente alle mie capacità, con lo scopo, se possibile, di dare una mano a chi ne avesse bisogno!
Fatta! Mi sento più leggero e posso guardare avanti, verso un’altro tipo di vita, voglio dedicarmi alle mie cose preferite: al corpo, alla mente, allo spirito e naturalmente ai miei affetti. Però per segnare questo passaggio, unito ai miei 60 anni, vorrei organizzare qualcosa per me. Ma avrei bisogno dell’aiuto di Michele. Poter riunire in un solo momento, gli amici del gruppo di meditazione, gli amici del coro, i familiari miei e di Cri, gli amici della montagna e fare festa. Una festa di passaggio, e come tutte le Pasque, si mangia in piedi, in fretta…perchè ci si deve divertire.
Sessant’anni ma, sembra ieri che andavo a scuola, che mi sono tuffato con le ginocchia sull’erba durante il doposcuola al giardino Salvi, centrando in pieno una cacca di cane! La vergogna di dovermi far pulire dalla maestra mi perseguita ancora! Sembra ieri che facevo di tutto per vedere Fiorella, il giocare a uomo, donna, frutto fiore, barando per poterle dare un bacio sulla guancia. L’ascoltare per la prima volta i Pink Floyd, nel teatro del Rossi, in tre persone, da soli, a tutto volume, Atom hearth mother. Doveva essere l’intro per una piece teatrale che stavamo preparando: La nemica di Nicodemi. L’incontro con lei, a quella festa con le caldarroste, che a me non piacevano. La nascita di Martina, e poi di Michele, adesso quella di Agata: tutto in un lampo e la vita non è diversa. Però anche mi dico che la rifarei così, non la rinnego, non la rimpiango, vivo la mia età e ne sono felice.
Ad uno ad uno arrivano tutti. La sala è molto grande e capiente. Ci voleva proprio questa! Yari conta 204 persone, un quarto sono artisti. Michele ha organizzato tutto in maniera impeccabile. I suoi amici si susseguono sul palco. Sono tutti dotati enormemente artisticamente, nessuno è un musicista inventato e per quasi tutti, è un lavoro. Michele suona con tutti e mi fa emozionare! E’ il mio idolo, se fossi una ragazzina beat degli anni 60, mi strapperei i capelli, se li avessi, quando fa un assolo col suo basso! I miei figli sono i mei idoli. Hanno raccolto le mie passioni e ne hanno fatto la loro professione, senza che io mai intervenissi se non su loro desiderio o bisogno! Non li ho spinti io, hanno liberamente scelto quello che a loro piaceva. Penso che questo sia il compito di un genitore, incoraggiare i propri figli nel scegliere quello che amano, senza ostacolarli. C’è sempre il rischio di commettere un errore, ma non posso commettere un errore scegliendo per gli altri, per i miei figli. Posso indirizzarli, certo ma, perchè imporre. Ricordo la mamma di una compagna di Martina che, si è imposta perchè il figlio maggiore si diplomasse in pianoforte. Il giorno del diploma, appena finito il concerto e la proclamazione, il figlio va nuovamente al pianoforte e rivolto alla madre le dice: ” Hai voluto che io mi diplomassi, ho fatto quello che hai voluto. Vedi, ora metto sopra il panno sui tasti e lo chiudo. Non chiedermi mai più di riaprirlo!” Potranno i miei figli rimproverarmi di non averli sgridati o picchiati perchè scegliessero ingegneria o economia?
C’è Michele che annuncia un brano durante la Jazz session: l’ha composto lui e me lo dedica. Sento che non resisto, mi sforzo, trattengo il nodo alla gola, lo ricaccio giù, sbatto forte le ciglia, non deve uscire nulla dagli occhi! Caro il mio uomo, sento tutto il tuo affetto in quello che hai fatto stasera. Per quanto il jazz sia cosa per me difficile da comprendere, sento nella tua composizione la descrizione di qualcosa di familiare. I pensieri vanno a chi non c’è, all’orgoglio che avresti potuto infonderle, al calore che le tue note avrebbero saputo darle, ma non è, non è più!
Le due cantanti che si stanno alternando, per scaldarsi la voce hanno intonato Halleluja di Cohen, cavolo è quella che devo cantare io adesso, mi preparo alla figuraccia. Faccio i miei ringraziamenti a tutti e auguro a tutti di trovare la nota segreta di cui parla Cohen in una strofa, quell’accordo segreto nella vita e nell’amore e nella musica! Canto e suono la chitarra, assieme a mio figlio al contrabbasso e Apo alla chitarra. Me la cavo, un po’ calante ma, va bene, da solo è molto difficile cantare. Che emozione l’abbraccio finale di Michele, mi stringe forte e io lo stringo ancora più forte, non capita tutti i giorni che padre e figlio si abbraccino con questa intensità, a me non è mai successo con il mio. C’era sempre una barriera, no ho capito se dovevo essere io a fare il primo passo o lui, nessuno l’ha mai fatto. Sono solo riuscito a tenergli la mano, per una notte all’ospedale. Stava male ma, lui non si è accorto. Questo mi ha rappacificato il cuore. Non abbiamo mai litigato , io e mio padre, ma il rapporto era quello di una volta, da uomini di una volta, con le loro distanze. Se non fossi riuscito a fare quel gesto, prima che lui se ne andasse, sarei rimasto incompleto, con un peso che avrei dovuto portarmi per sempre, non aver potuto accarezzare mio padre. Terminiamo con un mega abbraccio a tre, io, Miki e Apo. Sento i 200 che applaudono calorosamente e avverto, dalle loro voci, commozione e vero divertimento.
Tagliamo due torte, anche Miki compie gli anni tra qualche giorno, in fondo è anche la sua festa! Qualcuno intona “Perchè è un bravo ragazzo”, so già come andrà a finire la canzoncina!! “Paolo, Paolo, v……”, Tutto va bene stasera, l’allegria è alle stelle! Yari mi dice che deve aprire un’altro fusto di birra per la spina, si appunto sono tanti e allegri! Arianna ha avuto un’idea geniale, sta girando da tutti con un quadro in tela, dove è già dipinto un albero con solamente i rami. Ognuno sta mettendo, intingendo il dito in vasetti di colori differenti, la sua impronta digitale. Il risultato è un’albero con foglie e frutti colorati, Questo lo appendo in soggiorno!
Ma arriva il clou, sono una trentina, voci magnifiche, ragazzi e ragazzi stupendi! New Generation Gospel Crew! Più volte nominati come miglior coro gospel italiano, e Michele suona con loro da tanti anni. Sono venuti al mio compleanno, Federico, loro leader, maestro, mentore, voce sublime, li trasporta dove neanche mai avrebbero pensato di arrivare musicalmente, e poi sono ragazzi eccezionali, non hanno solo la musica! Il loro modo di cantare è potente, ma anche soave, travolgente, non puoi stare fermo , non te lo lasciano, devi muoverti, saltare, ballare. I miei amici non se lo fanno ripetere e si godono questo momento, atei compresi. Anche tutto il ristorante è fermo, i camerieri sono qui in sala, capiscono che il momento è speciale! No, no! Ecco le prime note di Total praise! Lo so questa mi farà scoppiare. Ecco inizia la sequenza di amen, non ce la faccio più, mi metto a singhiozzare. E non so perchè, il nodo si è sciolto in lacrime, dolci, amare, un miscuglio di sentimenti, d’amore, di tenerezza, di tristezza per chi non c’è a vedere i suoi figli, indipendentemente da quello che può pensare di me. I ricordi di anni, si rincorrono velocissimi nella mente, tutto fa aumentare le mie lacrime e i miei singhiozzi. Mi sento vuoto, ho gettato fuori le tensioni, del presente ma, anche del passato. Mi calmo, anche la musica si calma, per un attimo, per esplodere nell’ultimo amen, e nell’ovazione dei miei amici, che regalo! Questo non aveva il biglietto, non ne aveva bisogno! Quanti regali e i biglietti sono in parte per terra. Che confusione, alcuni non riuscirò mai a ringraziarli.
Abbraccio tutti i ragazzi del lavoro, capiscono, anche se mi vedranno ancora per un po’, che quello è stato il mio modo per lasciarli. Sanno bene che ho sempre avuto modi diversi nel rapportarmi con loro rispetto ad altri, e anche il mio modo di lasciare è stato diverso. Ritengo e sono convinto, di aver fatto bene il mio lavoro di guida. Sono commossi credo, o forse la serata e anche la birra hanno fatto il loro lavoro!
Ritorno a casa soddisfatto, vuoto nella mente, carico nello spirito. Ho fatto quello che mi ero prefissato, festa per tutti ma, il merito e del grande lavoro mio figlio. Grazie Miki. Tu e tua sorella siete i figli che ogni padre vorrebbe avere.
24 – L’impresa
Stiamo salendo in bicicletta le rampe del Conero.
Ormai, da più di un anno, ho dovuto lasciare la corsa. Troppi guai con le ginocchia, nonostante avessi recuperato bene con l’assunzione di miglio crudo ma, soprattutto guai ai tendini, per i quali, non c’è miglio che tenga. Dopo l’ultima Stravicenza, corsa con soddisfazione con i colori del gruppo Vicenza Runners, ho dovuto ammettere che era giunto il momento di arrendermi, o meglio di cercare qualcosa di alternativo, che mi salvaguardasse le cartilagini e tendini. Magari qualcosa che potesse coniugare più passioni, più interessi. Cri era molto contenta quando ha visto la nuova bici, nera, da corsa, uguale alla mia. Un po’ meno lo è stata quando ho richiesto anche i borsoni da mettere dietro. Sarà il nostro modo di combinare più passioni! Viaggio, sport, orchidee, fotografia, sole!
Ecco, appunto, sole. Oggi non è quella giornata. Siamo partiti stamattina presto con una macchina a nolo da casa. Abbiamo caricato nel bagagliaio le bici, e i quattro borsoni con il vestiario e l’ occorrente per la manutenzione delle bici. Ho preparato bene il viaggio dal punto di vista del tracciato ma, non ho prenotato alcuna camera, se non quella per questa sera. Non posso sapere dove arriveremo, quali siano le nostre capacità atletiche, se necessiteremo di giorni di riposo, o quali altri inconvenienti possano accadere, non ultimo, fino a dove ci sosterrà la nostra forza mentale. Il programma è quello di arrivare a Matera da Ancona, seguendo tutta la costa adriatica e poi quella Ionia fino a Taranto, quasi 1.200 chilometri. In quanti giorni? Forse 15, forse 20 o di più. Tutto da vedere!
Il sole si è dimenticato di noi. Fino a ieri, Pasquetta, un caldo sole ci aveva fatto sperare in pedalate in maniche corte. Per fortuna, non abbiamo rinunciato ad inserire anche vestiario pesante nelle sacche. Nonostante la pendenza e la relativa fatica, non riusciamo a scaldarci, fa sempre più freddo. Ci fermiamo per mettere qualcos’altro addosso. Abbiamo circa 20 km da fare ma, dovremo farli così al freddo, e sotto questa pioggia torrenziale che, è cominciata proprio nel momento che scaricavamo le bici dall’auto. Vedo la forza del vento, che proviene da oltre il colmo della collina, dal mare. Gli alberi sulla cima si muovono e il movimento dei rami mi fa capire che la folata è in arrivo, come un’onda mi investe. Le borse fanno da vela e tutti e due rischiamo di rovesciarci. Bilancio la bici, la piego in senso contrario alla direzione del vento, creo resistenza. Qui è troppo forte, nè io, nè Cri ce la facciamo. Scendiamo tutti e due e spingiamo. Riprendiamo anche fiato, sotto gli occhi di un bastardino, anche lui in balia della pioggia. Non c’è il tempo ma , forse più la voglia di una carezza.
Finalmente il valico. Inizia la discesa verso Numana, e per quanto ripida possa essere, dobbiamo ugualmente pedalare, anche se in discesa dobbiamo fare ancora più attenzione alle folate che, ci fanno tremare il manubrio. Posso immaginare che Cri mi stia mandando a quel paese, e di essersi pentita per avermi detto, una settimana fa, che veniva anche lei, per non lasciarmi solo in questo viaggio. Io ho fatto un po’ di allenamento, lei zero. Sicuramente ha doti fisiche ben superiori alle mie e la bicicletta, è il suo mezzo di locomozione giornaliero. Tantomeno devo preoccuparmi della sua tenuta mentale, per lei tutte le situazioni sono “normali”, la sua forza di carattere, l’assenza quasi totale di lamentele, ne fanno la compagna ideale di viaggio, in tutti i sensi io lo possa pensare.
Ultima rampa dentro a Numana. La strada che scende verso il centro è un selciato viscido e ripido, mi devo attaccare ai freni. A stento riusciamo a frenare ancora, le mani sono due pezzi di ghiaccio, siamo completamente fradici, nonostante le attrezzature siano quelle adeguate. Mi sembra che l’acqua sia penetrata da tutti i posti da dove poteva penetrare, o forse è solo il freddo che aumenta il senso di disagio. Cri ha la mandibola bloccata a forza di battere i denti, siamo quasi assiderati. Se il buongiorno si vede dal mattino, auguri! Arriviamo da Solidea ci guarda sbigottita. Ci copre, ci coccola, biscotti con te caldo, le facciamo tenerezza, le sembriamo due pulcini completamente bagnati nelle nostre giacche di un bel giallo “evidenziatore”.
Adesso, che ci siamo riscaldati e fatta la doccia e visto che i nostri abiti, tutto sommato, avevano tenuto, siamo sotto il piumino. La camera deve essere stata una terrazza sulla cima di questa casupola in riva al mare. E’ stata poi chiusa e ha due lati, tutti in vetro, rivolti verso il mare. Il mare ruggisce, e la risacca batte violenta sulla spiaggia, bloccando l’ultimo giro dell’onda. L’acqua liberata dal vortice, per la violenza e la forza immagazzinata, continua la sua corsa fino a lambire le fondamenta della casa. Il Conero, sullo sfondo, mostra il suo profilo dietro una nebbia grigio azzurra. Stanotte dormiremo cullati dal suono del mare, ammesso e concesso che la stanchezza ci conceda di sentirlo.
A Cri non piace il pesce, ma io lo adoro, soprattutto se è condito con i racconti di Solidea su Fabrizio de Andrè e di tutte le volte che ha mangiato nel suo ristorante. I suoi dischi autografati fanno bella mostra sulle pareti del locale. Testimonianze di una persona che, anche nel quotidiano, sapeva distinguersi per umanità da altri suoi colleghi.
E’ mattina, fuori fa freddo, ma non piove. Le previsioni dicono che il peggio è passato. Possibilità di piogge, ma la temperatura aumenterà gradualmente nei prossimi giorni. Il vento sarà alle spalle e dovrebbe facilitarci nella marcia. Il mare sputa schiuma marrone. Nelle onde scure roteano tronchi e rami, chissà da dove trasportati o strappati. Ci copriamo bene e partiamo per questa nostra impresa. Siamo tutti e due, come sempre, di buon umore, scherziamo e ridiamo finchè pedaliamo in direzione Recanati. Abbiamo capito che possiamo affrontare situazioni difficili, che abbiamo la forza mentale e la coesione per superarle. E’ stata veramente la prova del fuoco ma, anche quello che ci ha fatto capire la nostra forza interiore. Avanti, verso Matera!
25 – La sua lingua
Da una settimana stiamo pedalando. I primi due giorni il tempo è stato incerto e freddo, ma non ci lamentiamo. Pioggia, qualche goccia a Pescara, poi il sole è diventato sempre più persistente. Anche la temperatura sta risalendo man mano che scendiamo verso sud. Abbiamo scoperto che il percorso, nonostante si tenti di tenere la linea più vicina al mare, in buona parte non è pianeggiante. Quando è pianeggiante, può presentare difficoltà anche maggiori della salita. L’altro giorno abbiamo attraversato la lingua di terra, circa 20 km, che separa il mare dal lago di Lesina. Solo sabbia, sotto il sole cocente, non finiva mai! Spingere per quasi 20 km le bici, con le sacche pesanti che fanno affondare le ruote è un bell’allenamento per le braccia, garantito! Anche oggi sarà una tappa impegnativa, 80 km. Da Mattinata, sul Gargano arriveremo a Barletta. La tappa doveva essere tutta pianeggiante ma, siamo qui davanti ad una galleria lunga due chilometri, con un gran cartello bianco, con un cerchio rosso intorno e una bici nera al centro; divieto di transito alle biciclette. Non c’è alternativa per un “Remigio alle leggi ligio” come sono io.
Guardo in alto la strada, che devo prendere, sospiro, la conosco bene. L’ho percorsa tante volte in auto, e per questo la temo; è la strada che sale a Monte sant’Angelo. In questa stagione, i bordi della strada e i suoi prati, sono tappezzati di orchidee spontanee. Variegati punti colorati fanno capolino dall’erba; il giallo delle lutee, il rosso delle papilionacee, il viola delle morio, il nero delle incubacee. Forme che sembrano il ponte di tante minuscole portaerei, dove atterrano e decollano in continuazione, piccoli aerei ronzanti, per rifornire i loro serbatoi di dolcezza naturale.
Tentiamo di farla in sella, le borse sono pesanti e il sole delle 10 picchia già sul collo. Riusciamo a fare un po’ di strada ma, poi desistiamo, meglio andare avanti a piedi altrimenti, non arriveremo mai a Barletta. Il paese di Mattinata, candida, appoggiato in fondo alla valle, in leggera pendenza, sembra scivolare verso il mare. Gli uliveti, visti dall’alto, creano giochi geometrici per la perfezione delle linee orizzontali e verticali, stessa distanza tra un ulivo e l’altro. Sembra il pavimento di una scuola materna, dove tutti i bambini abbiano completato il loro gioco con i chiodini, e tutti i telai siano sparsi disordinatamente ma, uno vicino all’altro.
Finalmente il bivio. Dobbiamo prendere a sinistra per Manfredonia, finalmente inizierà la discesa. A destra si proseguirebbe per Monte sant’Angelo, sarebbe bello avere le possibilità fisiche per farlo e anche il tempo. Ci riposiamo e ci dissetiamo. “Ti ricordi la prima volta che abbiamo fatto questa salita?Quante orchidee? Ma soprattutto quale stupore dentro la chiesa!”
Due anni fa, su consiglio dei nostri amici di Mattinata, Giovanni e Angela, siamo saliti a Monte sant’Angelo e ci siamo recati a visitare la chiesa di san Michele. Arriviamo su una piazzetta piccola, con, più che una chiesa, sembrava una cappella. Entriamo, ma non ci troviamo in una chiesa, non è altro che un’ingresso, con accesso ad una grande scalinata, a due rampe che scende. Si arriva in un corridoio dove, si può andare a sinistra, verso una cappella nuova, della confessione e a destra, verso la chiesa principale. Bisogna aprire una porta a vetri e poi ricordarsi di tirare il fiato! Una grande grotta, illuminata da innumerevoli candele, con un altare sul fondo, circondato dalla roccia, sedie e banchi per molte persone. Certo lo stupore è stato tanto, l’impatto scenografico arriva giusto al cuore. Ma il punto centrale del ricordo non è questo. Ci siamo seduti su un banco, e bene o male, ognuno con la sua piccola fede, ci siamo fermati, a pregare, a far silenzio. C’è una messa già iniziata. Ascoltiamo, ma non capiamo. Il parlare è soave, una lingua che non comprendiamo, sentiamo che non è a noi vicina. Non ha le durezze del nord Europa, non è una parlata latina e tanto meno slava. Quattro persone e un sacerdote. Capiamo le frasi dei passaggi a noi noti della Messa. Nulla, quando si arriva alle letture. Ci accorgiamo che siamo rimasti lì, non sarebbe mai successo in nessun’altra parte del mondo; una visita alla chiesa e alle sue opere, forse una preghiera, un segno della croce pescando nell’acquasantiera e una genuflessione, e poi via per la nostra strada. Qui no, siamo fermi, non occorre neanche che ci diciamo l’un l’altra, rimaniamo o andiamo. E’ bastato uno sguardo, troppo bello, rimaniamo. Il sacerdote dà la benedizione e scende dall’altare. Anche noi andiamo verso la porta a vetri. Incrociamo una suora, che sta raccogliendo le richieste per le messe per i defunti. Chiediamo : ” Da dove provenivano queste persone?” -“Dal Libano e hanno celebrato in aramaico, la lingua di Gesù”. Non c’è bisogno di altre spiegazioni. Capiamo. Ci emozioniamo. Ci affezioniamo a questo luogo. Vogliamo conoscere di più. Scorriamo i cartelloni con la storia del luogo, visitiamo i sotterranei con la prima grotta, dove si racconta sia apparso, nel v secolo, l’Arcangelo Michele al Vescovo di Siponto. Attualmente è Patrimonio dell’umanità. Di qui passavano i pellegrini, prima di imbarcarsi per la Terra Santa dal porto di Brindisi. Eletta a Basilica Minore, la grotta di San Michele è sulla linea perfettamente retta, tra l’Abbazia di Mont Saint Michel in Normandia, la Sacra di San Michele in Val Susa, e Gerusalemme.
“E ti ricordi l’anno scorso che stavamo andando in Bretagna? In autostrada, entrando in val Susa , ci è apparsa sopra, dominante come un castello. Non sapevamo cosa fosse, anche perchè non avevamo dato più di tanta importanza alla linea retta di san Michele. Dovevamo sì, recarci in visita anche a Mont Saint Michel ma, non andavamo di certo con intenzioni di pellegrinaggio, volevamo vedere il monte e le maree. Solo al ritorno, dovendoci riposare un po’, deviando abbiamo scoperto di cosa si trattasse questa sacra di San Michele, la terza chiesa della linea retta. La casualità, se esiste, ci ha portato a visitarle tutte e tre".
In sella, la strada è lunga, sono già le 11 passate e non saranno più 80 chilometri, ma almeno 5 in più. Ma questo ricordo ci ha dato serenità e tranquillità. Beh, allora 60 all’ora in discesa ci stanno, tanto San Michele dall’alto ci protegge!
26 – L’arrivo
Santa Maria di Leuca, una delle estremità d’Italia, punto d’incontro tra due mari. E bene o male, chi non si è mai posto la domanda, guardando una carta geografica, ma qual è il confine tra il mare Adriatico e Il mar Ionio? Come posso sapere dove sto navigando? Non c’è un limite fisico, un confine, un filo spinato tra i due mari. Scorgo dall’alto, guardando verso il mare, una linea che corre in mezzo al mare, irregolare, sinuosa, con rientranze e sporgenze, quasi biancastra, che separa due azzurri diversi. Un azzurro meno intenso l’Adriatico, azzurro più intenso lo Ionio. Certo, dal mare non si vede questo confine, ma dalla punta del tacco d’Italia, dove sono io adesso, si vede, eccome! Mi sento fortunato ma, chiedo conferma ad un signore del luogo, non vorrei che, tutti i chilometri percorsi oggi possano avere effetti allucinogeni. Mi spiega che è effettivamente la separazione tra i due mari e che, la differenza cromatica che si vede, è dovuta alla diversa salinità, e di conseguenza alla diversa densità delle acque che compongono i due mari, tanto da creare un confine mobile in mezzo al mare tra i due. Anche le correnti non si mischiano e oggi è una di quelle giornate particolari che, come in Alaska e Nuova Zelanda, si può godere di questo spettacolo della natura.
Questo è stato sicuramente un viaggio, nella natura del nostro sud Italia, dove ho potuto godere assieme a Cri, di panorami mozzafiato, di spiagge che nulla hanno da invidiare a quelle più celebrate dei Caraibi. Le varietà di azzurri, verdi e trasparenti della colorazione dell’acqua, sono talmente tante che sicuramente sono irripetibili da qualsiasi sistema fotografico finora inventato. E’ stato un viaggio nella dimensione umana. Dove siamo capaci di arrivare? Quanto sono disposto a soffrire per ottenere il risultato. La mia mente saprà portare a termine quello che ho disegnato? Come affronterò le difficoltà? Questo viaggio è una rappresentazione della vita. Ogni giorno situazioni nuove, completamente nuove, non abbiamo mai viaggiato in bicicletta. Il mio cervello, la mia mente, il mio spirito, dovevano risolvere situazioni mai viste prima. La salita sotto la pioggia e il vento, a casa avrei telefonato a qualcuno da dentro un bar e gli avrei detto di venirmi a prendere. Un ponte caduto per la pioggia, trovare la via alternativa guadando un fiume pieno di fango. Passare in mezzo ad un incendio in bicicletta e sentire le fiamme che lambiscono il corpo. Capivi che non c’erano pericoli effettivi ma, il calore si è ben sentito, come il crepitio del fuoco. Situazioni che hanno richiesto, un adattamento, il credere che il cambiamento va portato avanti. Più andavo avanti e meno le difficoltà influivano negativamente, anzi diventavano condizioni normali in cui operare in tutta serenità, anche se la bocca un bell’improperio lo esternava in automatico.
Per non parlare del rapporto a due. Capire che prima di tutto c’è l’esigenza dell’altro, anche se la voglia di portare a termine il tutto, non ci farà rinunciare facilmente. Trovare l’equilibrio, tra queste due esigenze da parte di tutti e due e non a senso unico. Ci è servito, anche se non abbiamo particolari situazioni da risolvere. Ma il fatto di non vivere assieme, di non avere difficoltà da risolvere in comune nella vita, ci mette davanti il rischio di incomprensioni, di esigenze e abitudini diverse. E qualcosa abbiamo dovuto risolvere, capendoci meglio, sicuramente. Anche qui, la parola d’ordine è lasciar fluire il cambiamento. Meno ostacoli frapponiamo tra noi, e più lontano e con meno difficoltà potremo proseguire. Domani sarà l’ultima tappa, e non sarà la passerella finale poco impegnativa! Da Taranto raggiungeremo Matera e sarà anche la tappa più lunga e la seconda per dislivello totale, dopo quella del Gargano.
Partenza dopo aver passato una bellissima serata a Martina Franca con Valeria, nostro anfitrione. Lambiamo il centro di Taranto, passando vicino al ponte girevole e al Castello aragonese. Procediamo verso la periferia e non possiamo non rimanere sconvolti per la grandezza dell’Ilva o meglio, Italsider come continuano a chiamarla qui. Il vialone che percorriamo, con a fianco , sia a destra che a sinistra la fabbrica, è lungo 4 chilometri, e da una parte e dall’altra della strada , la fabbrica si sviluppa per quasi 3 chilometri. Sull’area ci starebbero circa 2500 campi da calcio regolari per la Champions League. Ma l’aspetto occupazione del suolo è secondario rispetto alle conseguenze della sua esistenza. Prima era il simbolo della prosperità, dell’esistenza, del motivo per avere una famiglia, tanta era la sicurezza entrando a lavorare in quel luogo. Immagino anche l’orgoglio di appartenenza, riscatto di una condizione meridionale sempre in subordine al nord. Ma ecco le tante malattie, denunciate, non considerate. Statistiche senza uguali sui casi di tumori in Italia. Uomini, donne ma, soprattutto figli che morivano e continuano a morire, per mali oscuri. Mette tutto in discussione. Il lavoro, la vita, la famiglia e la volontà di crearne. La fabbrica resta una necessità ma, è anche un lenta condanna a morte per gli abitanti della città. Praticamente, tra la città e la fabbrica c’è una rotatoria a distanziare e nulla di più. Esalazioni e polveri calano incessantemente su Taranto avvelenando i corpi e le anime dei suoi abitanti.
Dopo tanta fatica siamo qui a Matera. Totale 1.150 chilometri e ce l’abbiamo fatta! Un calo di zuccheri di Cri, leggi una fame boia, fa dire a Cri che attaccherà la bici al chiodo! Cerchiamo di capire come girare la città per arrivare alla nostra stanza per queste due notti. Dopo quasi un’ora riusciamo a raggiungere il sasso dove dormiremo. Venire a Matera e non dormire in un sasso, anche se ristrutturato e trasformato in accogliente camera, è perdere il suo sapore vero. La volta del sasso, dove alloggiamo, è alta e non dà le sembianze di essere una casa che presentasse difficoltà a viverla. Ma la realtà era ben diversa. Le stanze verso il sole, che guardano in strada, erano appannaggio dei signori, mentre quelle scavate più in profondità nella roccia, erano o la stalla o l’abitazione per i servi. Più in fondo abitavi, più in basso eri nella scala sociale, ovviamente prima morivi, in quanto l’aria non era salubre, a causa di muffe, umidità e miasmi. Ci gustiamo Matera, presepe dal vivo tutto l’anno. Dalla nostra stanza, la vista spazia sulla Murgia, al di là del profondo solco tracciato dal fiume Gravina. Là la parte più antica di Matera, con tante grotte di eremiti con pitture tuttora visibili. Matera, da vergogna d’Italia a orgoglio nazionale. La città da sempre abitata più antica al mondo. Uno degli innumerevoli primi posti che l’Italia occupa al mondo ma, gli abitanti di adesso di questa penisola, faticano e arrancano nella difesa di questi primati.
La consapevolezza di aver fatto qualcosa che non tutti avranno il coraggio di compiere, e molto probabilmente neanche l’interesse, mi esalta, mi appaga. Sento la presenza del vuoto dentro di me, pronto per accogliere altre idee, altre proposte che mi coinvolgano. La vita ha ogni giorno un sapore nuovo, diverso e lascio che questa diversità fluisca, non voglio interromperne il flusso. Voglio essere come l’acqua che scorre, aggira gli ostacoli scivolando accanto. Crea meandri, laghi e paludi per superare dislivelli. L’acqua non si ferma neanche davanti agli ostacoli creati dall’uomo, che deve per forza lasciarle una via d’uscita, guai altrimenti. Voglio essere acqua e abbeverare se qualche pianta dice di aver sete, magari sarà acqua senza i nutrienti necessari per quella pianta ma, sicuramente sarà sempre meglio che il deserto.
Il viaggio è finito, torniamo. Siamo abbronzati e felici.
27 – ….e il viaggio continua….
Guardo la mia vita, i suoi vari momenti. Mi accorgo di non ricordare molto di determinati periodi, forse perchè poco vissuti. Non saprei riconoscere i sentimenti, le emozioni provate. Mi appaiono nebulosi, senza sapore, senza sostanza, da lasciar andare nella scatola dei ricordi che, devi tenere ma, a cui riservi un posto di poco conto nella tua cantina.
Cosa è cambiato perchè questo sia successo? Cos’è che, mentre la mente va ad uno sbiadito ricordo, per prima cosa, come fatta scattare da una molla, affiora l’emozione di quel momento portando dietro a sè, il ricordo integro con i fatti? Forse, un tempo, non sapevo cos’erano le emozioni? Forse non avrò mai una risposta certa. Forse è stato il viaggio interiore intrapreso, la combinazione di incontri di persone alla stessa ricerca, una maggiore apertura agli altri, una maggiore autostima, minor paura di propormi o di fare cose nuove, in definitiva aver preso la strada del cambiamento.
E il cambiamento è stato nella malattia, nell’accorgermi che il corpo poteva abbandonarmi e che dovevo correre in suo soccorso. Stavo perdendo, anche se il mio era sicuramente precario, quello che da sempre va affermando Gabriele: l’equilibrio tra corpo, mente e spirito. Tutto il suo insegnare, come prete di strada, si basa su questo equilibrio. Non è che io l’avessi capito quando gli illustrai di aver trovato il metodo giusto per vivere bene. La mia era quasi una battuta, uno scherzo. Volevo rifarmi a tanti libri letti che, bene o male, hanno un metodo da seguire, ognuno con la sua verità pressoché infallibile. Anch’io avevo trovato la mia, e potevo riderci sopra a crepapelle, con la mia autoironia! – “Dimmi una parola bella?” Il famoso motto di Gabriele. Ecco ho trovato la mia parola bella: CCMT.
E oggi sono qui, alla Scuola del Villaggio, in mezzo alla galleria di questo centro commerciale. In mezzo a gente che guarda stupita chi seduto ascolta gli oratori. – “E’ una sfilata di moda?”. Qualcuno si ferma un’attimo: -” Chissà cosa vende quello lì per partire da così lontano con i discorsi?”, poi tira dritto temendo l’arrivo di qualcuno che voglia agganciarlo. Devo farmi capire oggi, sarò leggero, autoironico. Non proporrò medicine risolvitutto. E’ quello che io ho scoperto e che sento fa bene a me. Ognuno trovi la sua ma, ognuno deve sapere che deve trovarla, per non correre il rischio di rimanere individuo anonimo in mezzo ad una società indifferente.
Racconto la mia storia, la malattia, le corse, la meditazione, i viaggi. Vado a svelare cosa significhi CCMT.
Ccome corsa, correre, camminare, ciclismo, ma anche come corpo. Il corpo va curato, tenuto in forma, va strigliato, va massaggiato, coccolato. Da quando ho cominciato a correre, ho sentito una percezione diversa del mondo. La necessità di respirare a pieni polmoni, di riempirmi di vita. Oltre ad aumentare le capacità motorie e respiratorie, la testa si svuota, si arriva a procedere come in trance, si esauriscono le forze, si buttano fuori tutte le scorie del corpo attraverso il sudore, il sangue circola dappertutto portando ossigeno rinnovato ai muscoli e agli organi. Il correre ha sviluppato in me anche la sete di vedere, di conoscere. Viaggiare in piccoli e in grandi spazi, per osservare, fermarmi, cogliere le immagini, conservando di quel momento, i suoni , le emozioni. E’ sufficiente l’immagine, per far riemergere i ricordi nella loro interezza.
Ccome chitarra, cantare, coro, vale a dire cura dello spirito. Immediatamente il pensiero si porta sullo spirito religioso. Sì, ci sta anche quello, è a quello che siamo portati a pensare, a cui far riferimento. Ma, parlo dello spirito come movimento interiore dell’uomo, quello che ti fa avvicinare agli altri, quello che ti fa gioire, che ti riempie il cuore. Infatti si dice spirito di gruppo, una persona di spirito. Lo spirito è movimento compiuto verso qualcuno, movimento non fisico, movimento di cuore, di mente. Lo spirito è empatia, comprensione, senza pietismi obbligati dai sensi di colpa. La parte spirituale dell’uomo, se non curata, ti fa staccare dalla realtà quotidiana. Sorgono ansie, disturbi emotivi e relazionali. La depressione è una malattia dello spirito. Qualcosa l’ ha intaccato, la vita non gira più, manca la forza vitale. Ecco, lo spirito è la forza vitale, la forza creatrice. Chi ha spirito crea, conclude imprese, avventure, trascina gli altri dove il loro spirito non li farebbe mai arrivare. E qui ci sta anche il riferimento religioso. Nel creare l’uomo, Dio soffia su Adamo per dargli la vita. Ogni mio espormi, mettermi in gioco, darmi da fare, cantare, suonare, fare coro, è un soffio che crea vita e quando creo vita, come Dio, poi vedo che è cosa molto buona!
Mcome meditazione e come mente. Questa è stata la scoperta più grande. Io che avevo sempre evitato di avvicinarmi alla meditazione, perchè la ritenevo lontana dai miei schemi razionalistici, ho scoperto che uno dei vantaggi della meditazione stava proprio nella razionalità raggiungibile. Essa ti dà una mente pronta, reattiva, priva di pensiero se non quello centrante l’argomento trattato. Pertanto concentrazione e decisione. Con la meditazione, la mente non si fa dominare, essa viene liberata. Da questo si capisce anche perchè non fosse ben vista, per non dire vietata, la sua pratica fino a non molti anni fa, in ambito cattolico. La mente liberata porta a conclusioni di pensiero diverse da quelle generalmente accettate. La mia personale decisione è quella di non leggere più i quotidiani e non vedere telegiornali. Le influenze, sia da parte dell’editore che, anche del lettore, sono evidenti ma, nessuno le accetta. Un editore pubblica un giornale scrivendo quello che il suo pubblico si aspetta. Un lettore compera un determinato giornale perchè vi troverà la verità come lui se l’aspetta. Pur ammettendo che la verità assoluta non esiste, possiamo essere molto lontani anche dalla realtà. Ma la meditazione porta al controllo della mente, poterci giocare, poterle dare i messaggi da immagazzinare come pilastri del proprio modo di essere. Darle comandi di guarigione per il corpo, senza aspettarsi nulla. Perdere le paure di tutti i giorni. La mente, dove non si accalcano pensieri confusi e disturbanti, rimane vuota, pronta ad accogliere messaggi positivi. Può rimanere anche solamente il vuoto, in quanto, è sempre rigenerante.
Tcome tenerezza. Devo accettare la versione di Gabriele, che ha corretto la mia prima attribuzione alla lettera T, io ritenevo perchè troppo volgare, invece devo ammettere che tenerezza racchiude molto meglio il significato della quarta lettera. In modo goliardico avevo sempre detto T come trombare ma, effettivamente è limitante come termine. Senza voler modificare il mio pensiero iniziale, intendiamoci ma, tenerezza raccoglie tutto il significato che volevo darle. Non solo il calore di un corpo e la sua vicinanza ma, l’insieme di questa forza racchiusa nella tenerezza che, non è altro che la somma delle altre tre lettere precedenti. Il corpo, la mente e lo spirito si fondono il questa ultima parola. Il respirare assieme, l’abbracciarci, fare l’amore, viaggiare assieme, meditare sotto una cascata, guardare le bellezze del mondo, riempire lo spirito in continuazione, far rimanere la mente vuota, pronta ad accogliere nuove opportunità di vita. Non pensare che il cambiamento sia finito, il cambiamento è in continuo divenire. Accettare di vivere da “cambiato”, vuol dire per me, correre, ma anche andare in bici perchè l’età non me lo consente più. Accettare di suonare la chitarra anche se, non mi ricordo più nulla, neanche le note. Meditare, nonostante fossi sempre stato contrario, forse per paura di scoprire cose che non volevo conoscere di me. Scrivere un racconto che può sembrare un libro, nonostante abbia sempre avuto la sensazione, e in questo anche i miei insegnanti, di non essere in grado di scrivere e raccontare , visti i temi striminziti e poche volte sufficienti che facevo a scuola. Quando hai deciso il cambiamento non lo fermi più, diventa forza creatrice, vento ispiratore, luce che illumina il cammino. Scopri l’amore agape, quello che ti porta verso tutti e tutto, perchè non hai più paure. Il domani non ti fa paura, la vita non ti fa più paura, la morte non ti fa più paura. Non è sfrontatezza, assolutamente no, è serenità, certezza di stare vivendo sempre nel modo in cui avresti voluto. Scopri di essere la persona che avresti voluto incontrare nella tua vita ed avere come amico. Di amare e di desiderare il bene degli altri, di comprenderne le paure. Così ho voluto mettere a disposizione il poco che ho vissuto, a qualcuno può servire, magari solo per tenergli qualche minuto di compagnia.
Con amore. Paolo
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